Sympathia Erotica Universalis
Desiderio e consenso ecose*suale tra arte e sottocultura queer
18/01/2025
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#: ecosessualità/ queer/ ecologia/ Arte contemporanea
Autore: Zoë De Luca Legge
1. Manifesti biofili
Digitando ecosessualità su Google ci si ritrova di fronte a un curioso bouquet di risultati. La lista alterna link ad articoli di ogni sorta: uno sorprendentemente aggiornato, seppur ovviamente intriso di indignazione, diffuso da Alleanza Cattolica; un approfondimento sul sesso ecofriendly pubblicato da un sexy shop di nome AYAY; la storia di una donna fidanzata con un albero, firmata dal Corriere Adriatico; un post di Gay.it che afferma «c’è chi ama la natura più di altrə, ed è bellissimo». Tralasciando queste variopinte testimonianze, possiamo esordire dicendo che l’ecosessualità immagina una connessione sessuale, romantica e intrinsecamente queer con la Terra. Questa postura rifiuta antropocentrismo ed eccezionalismo umano, per concepire una sessualità estesa al resto del mondo naturale. Considerare queste nozioni significa mettere tacitamente in discussione la metafora della madre Terra per traslarla in quella della nostra amante. Perché? Pensare alla Terra come a una madre implica vederla come un genitore premuroso e accondiscendente. Preferire la figura materna a quella paterna significa inoltre inciampare in un essenzialismo che riduce sia la donna che il pianeta a ruoli di genere imperniati su performance di cura, nutrizione e protezione. Rafforza infine una visione binaria e patriarcale, che dipinge la Terra come un’entità sottomessa e soprattutto predisposta all’amore incondizionato. Al contrario, iniziare a vederci come partner amorevoli della Terra, piuttosto che come l3 su3 figli3 esigenti, da una parte fa spazio a una rappresentazione del pianeta più adeguata e neutra rispetto al genere; dall’altra facilita la concezione di una relazione mutua e non gerarchica con ləi e con tutt3 l3 su3 abitanti. Un approccio olistico e ancestrale. Seppur ancora fermo alla metafora della Terra madre, Andreas Weber descrive con suggestiva efficacia l’innato legame tra ecologia ed erotismo, proponendo una visione secondo la quale il desiderio è la forza che anima la vita biologica e ci connette attraverso l’eros:
C’è un’attrazione erotica fondamentale tra tutti i corpi, un’attrazione che chiama me, il mio corpo, verso gli altri proprio come la valle attira le acque. I corpi più grandi attraggono quelli più piccoli – il sole attrae la Terra, la Terra le acque. La forza di gravità […] è il tenero desiderio della Terra per noi. La maggior parte delle volte, non percepiamo più l’attrazione materna della Terra. Ma non è forse anche per questa tenerezza che nei momenti difficili ci sentiamo confortati sdraiandoci su un prato, annidando il nostro corpo nella Terra? (Weber, 2016, p.17-18)
Fondato da Annie Sprinkle e Beth Stephens nel 2015 con la stesura dell’omonimo manifesto, il movimento ecosessuale intende aprire una conversazione sull’interconnessione tra sessualità, queerness e ambiente, per dare inizio a una rivoluzione incentrata sul pleasure activism, che da oltre vent’anni è il cuore della loro pratica artistica. Annie Sprinkle ha lavorato come sex worker, attivista, performer ed educatrice sessuale; Beth Stephens è un’artista e insegnante che da sempre lavora a stretto contatto con l’attivismo ambientalista. Nel 2005, sotto invito dell’artista Linda Montano, Sprinkle e Stephens hanno iniziato il Love Art Lab: un progetto settennale che consisteva in sette matrimoni con altrettanti elementi naturali, dalla luna alla neve. In uno di questi matrimoni le artiste sono convogliate a nozze con il pianeta Terra, definendosi per la prima volta ecosessuali. Da allora Sprinkle e Stephens usano il termine ecosex per descrivere il loro approccio all’attivismo ambientale e alla sessualità, che punta a spostare la nostra percezione della Terra dalla figura materna a quella di unə partner, sfruttando questo cambiamento di paradigma per costruire una connessione più reciproca ed empatica con il resto del mondo naturale. Sfidano l’attivismo convenzionale, spesso incentrato sulla lotta, la frustrazione e il dolore, per sottolineare come il piacere possa in realtà essere una potente forma di resistenza.
Annie Sprinkle & Beth Stephens, Justyna Gorowska & Ewelina Jarosz, Cyber Wedding to the Brine Shrimp, 2021.
Qualche anno più tardi il loro lavoro ha ispirato la stesura di un altro manifesto, quello idrosessuale, firmato da Justyna Gorowska ed Ewelina Jarosz, un duo di cyber-nympho artist-brides. Le due artiste hanno ulteriormente sfumato il movimento ecosessuale ponendo l’accento sull’acqua, incorporando l’idromitologia slava e introducendo temi eco-tecnologici, che traducono in progetti performativi influenzati dall’arte digitale. Le cyber ninfe hanno in seguito collaborato direttamente con Sprinkle e Stephens, performando Cyber wedding to the brine shrimp (2021): un matrimonio a quattro con l’Artemia franciscana, un piccolo crostaceo del Great Lake City. Nota anche come scimmia di mare, l’Artemia è un pilastro dell’ecosistema locale attualmente a rischio, a causa del rapido prosciugamento del lago innescato dal surriscaldamento globale. La cerimonia interspecie, tenutasi sulla penisola di Rozel Point vicino all’iconica Spiral Jetty di Smithson e fruibile con la realtà aumentata, ben condensa i temi del manifesto, che propone un approccio critico al capitalismo patriarcale e al suo impatto negativo sulla biodiversità acquatica, in particolare nel contesto dell’Idrocene [1], sostenendo la necessità di superare lo specismo, difendere i diritti ambientali e promuovere tecnologie riproduttive in grado di emancipare i sistemi riproduttivi dai pregiudizi di genere.
ustyna Gorowska, Hydrosexuals Unite!, 2023.
2. Ecologie complesse
Fondamentali per la visione eco/idrosessuale, i principi della Queer Ecology combinano studi ecologici, teoria di genere e teoria queer per decostruire la tradizionale comprensione di natura, ambiente e identità. In particolare, questo approccio critica la mentalità antropocentrica e frazionaria favorita da secoli di relazioni inique poiché improntate sulla differenza – qui intesa come valore disgregante. La diversità non è però l’unico fondamento della vita biologica che, in quanto esseri umani, digeriamo con fatica. Così poco abituati a concepire le relazioni in tutta la loro organica complessità, ci arrendiamo alla tendenza di separare e classificare ogni cosa per tentare di comprenderla. Questa inclinazione a semplificare la realtà per renderla maneggiabile ci ha spint3 a dividere il mondo in opposizioni nette e rigide, creando dualismi lontani dalla vera essenza delle cose. Eppure, come scrive Weber in Matter and Desire: An Erotic Ecology, non è sempre stato così. Riprendendo Girolamo Fracastoro, medico rinascimentale che studiò la trasmissione delle malattie infettive, Weber cita il concetto di sympatia universalis, un principio fondamentale della natura che illustrava come tutte le cose viventi fossero interconnesse, in grado influenzarsi reciprocamente in un’armonia più grande attraverso forze invisibili, eppure unificanti (Weber, 2016, p.30).
Recuperando questa visione nel più contemporaneo pensiero di Donna Haraway, onorare questi legami significa partecipare attivamente alle sfide complesse del nostro mondo (staying with the trouble) e creare alleanze interspecie (making kin) (Haraway, 2016, p.10). In Staying with the Trouble: Making Kin in the Chthulucene, Haraway passa infatti a livelli più profondi del rifiuto delle dicotomie tradizionali esplorate in Manifesto Cyborg quasi trent’anni prima, dove ripensava il rapporto tra tecnologia e corpo. Chthulucene è infatti un’era di cura reciproca, nella quale le relazioni ecosistemiche sono interconnesse, ulteriormente ibride e plurali. Vere e proprie alternative alle normatività disegnate dalla società umana. Non a caso, in natura sono sterminati gli esempi che sovvertono il paradossale concetto di contronatura, e che al contrario indicano infiniti modi di esistere e convivere. Basti pensare ai cavallucci marini, dove i maschi incubano le uova fino al parto; allo pseudopene delle iene maculate, che vivono in società matriarcali; all’ermafroditismo seriale, che permette alle cernie di cambiare sesso; agli elefanti, che si prendono collettivamente cura della progenie dell’intero clan. Scrive Sophie Strand in un romantico post su Instagram dove paragona il mito arturiano di Tristano e Isotta alla simbiosi dei licheni:
Albert Bernhard Frank ha coniato la parola simbiosi per descrivere il mutualismo di funghi e alghe che compongono i licheni. Questa relazione è stata inizialmente guardata con costernazione. La scienza moderna, in particolare il neodarwinismo, articolato attraverso la stratificazione sociale dell’Inghilterra vittoriana, non riusciva a comprendere due organismi diversi che collaboravano e, ancor più, che vivevano “l’uno dentro l’altro”; deve trattarsi di un conflitto. Studi recenti hanno scoperto che il lichene è ancora più strano di quanto si pensasse inizialmente. Lieviti e altri batteri sono stati identificati come membri dell’unione: non si tratta di un’unione monogama.
@wildgreenmemes su Facebook
Il contesto narrativo dal quale quest’ultima citazione è tratta potrebbe apparire visionario, o quantomeno arbitrario. Eppure basta guardare alle culture orientali, specialmente se influenzate dall’eredità animista, per accorgersi che quella tra sessualità umana e vegetale non è una connessione affatto inedita. Un perfetto esempio è il lavoro di Nobuyoshi Araki, artista tra i più influenti della fotografia contemporanea giapponese. Araki da sempre indaga la complessità che intreccia desiderio, sessualità, vulnerabilità e morte rappresentandola attraverso soggetti in apparente antagonismo, dalle polaroid erotiche al ramo di ciliegio, icona della spiritualità nipponica. La passione dell’artista per il corpo femminile sembra infatti essere pari solo alla sua ossessione per i fiori, come testimoniano diverse serie di lavori tra cui quelli raccolti in Hana Kinbaku (2008). Riporta il volume «Araki pensa sempre a Eros (sesso/vita) e Thanatos (morte). Per questo motivo, le opere di Araki abbracciano sempre Eros e Thanatos come elementi inestricabilmente legati […] Araki ha fotografato il Kinbaku (bondage) per esprimere l’Eros, e Hana (fiore) per esprimere Thanatos, facendoli coesistere nelle stampe e unendoli in un modo che non aveva mai sperimentato prima». La labilità del godimento si fa ponte tra vita e morte; il fiore reciso diventa il simbolo del mendace dualismo, che Araki rivela non essere altro che lo stesso ciclo in due fasi diverse. Il piacere viene onorato attraverso un’esperienza emancipata, personale – e quindi, per definizione, diversificata – attraverso pratiche artistiche che sfuggono alle convenzioni sociali della libido, del desiderio e della seduzione.
Nobuyoshi Araki, Hana Kinbaku, 2008.
Les Doigts En Fleur (2019) è una performance dell’artista Marina Cavadini, tenutasi al Giardino Botanico di Torino, dove un gruppo di performers ha interagito con la flora utilizzando indumenti e guanti in latex, silicone e lycra. Questi costumi, ispirati a forme e palette di alcune specie vegetali, permettevano all3 performer di utilizzare il contatto fisico per sperimentare intimità, prossimità e di fondere i loro corpi con le serre e i loro ospiti, in un sinuoso tentativo di farsi piante. Qui il fenomeno del mimetismo viene usato per sfumare i confini tassonomici che dividono l’essere umano dall’universo vegetale, e il tattile amoreggiare diventa strumento per creare nuove identità ibride e nuove relazioni interspecie. Cavadini affronta i temi della seduzione e del godimento, che nella cultura eteropatriarcale vengono solitamente esperiti solo da una prospettiva erotica, per concepirle sensualmente – nell’accezione neurologica del termine. Questa esperienza sinestetica rappresenta quindi un gesto di riappropriazione del piacere sensoriale e di messa in discussione dell’approccio verso il non umano. Sulle tracce del mimetismo sessuale diffuso tra certi insetti impollinatori e altrettanti tipi di orchidee, l’artista mette in atto una continua ridefinizione di ruoli, che racconta rifacendosi a Guattari e Deleuze: «un divenire-vespa dell’orchidea e un divenire-orchidea della vespa» (Guattari e Deleuze, 1987, p.47). In Les Doigts En Fleur questa intricata gamma di relazioni viene rievocata dal piacere, che l3 performers utilizzano per sovvertire il consueto rapporto con il mondo vegetale, alla ricerca di connessioni libere e di valore.
Marina Cavadini, Les Doigts en Fleur, 2019, Photo by Marina Cavadini & Brando Pizzon.
3. Piacere decoloniale
Guardandolo da una prospettiva più ampia, Les Doigts En Fleur si inserisce anche nella filosofia ecotransfemminista, che mette in luce il parallelismo tra lo sfruttamento del pianeta e dei suoi abitanti non umani, da un lato; e quello subito dai corpi di persone socializzate come donne, ma anche queer, razzializzate e indigene, dall’altro. Tutte soggettività ugualmente oppresse dalla società patriarcale, capitalista e coloniale. Interrogandosi sui ruoli – e sulle gerarchie e le dinamiche di potere che essi innescano – quest’opera non guarda solo alle relazioni interspecie, ma anche al tema della domesticazione della natura e della sua possibile decolonizzazione. Alla stregua delle wunderkammer, i giardini botanici ottocenteschi riflettevano il potere coloniale e il controllo sui territori conquistati, attuando una vera e propria oggettificazione di flora e fauna al fine di esprimere il prestigio occidentale. Qui la priorità cosmetica porta a una standardizzazione delle piante, viste come elementi da catalogare ed esporre – spesso in sezioni che non tengono conto delle interdipendenze che le radicano nell’habitat e nel contesto culturale di origine. Un esempio lampante è quello del peyote e di altre piante psicotrope usate da comunità nativo americane, che ancora oggi vengono spesso trattate in modo superficiale in questi dispositivi estetici, abituati a omettere il significato spirituale e rituale frutto di millenni di cultura indigena.
Zheng Bo, Pteridophilia, 2016-in corso.
Un’altra pianta strettamente legata alla tradizione nativa è la felce; simbolo di rigenerazione per via della riproduzione asessuata mediante spore, questa specie è considerata una prelibatezza a Taiwan, dove viene raccolta anche per scopi medicinali. Pteridophilia (2016-in corso) è un’opera video di Zheng Bo che prende il titolo da pterido (felce) e –philia (amore). É suddivisa in capitoli e ha per protagonisti giovani uomini che, immersi nelle foreste taiwanesi, stabiliscono relazioni fisiche ed emotive con le piante vascolari che li circondano. Tanto apprezzate dalle popolazioni indigene quanto disdegnate dai colonizzatori giapponesi di ieri e dai nazionalisti di oggi, le felci sono protagoniste di questa indagine relazionale interspecie, che l’artista esplora attraverso pratiche BDSM, ispirazioni di anime yaoi, sovrapposizioni di spore e sperma. Questo approccio intimista è in aperto contrasto con la violenza estrattiva di quello coloniale, ed evidenzia il paradosso secondo cui mercificare una pianta è visto come un atto naturale, ma farci l’amore no. Similmente all’opera di Cavadini, Pteridophilia esplora il potenziale del rapporto tra piante e persone queer, agendo interazioni voluttuose basate sull’ascolto e su quella che Bo definisce posthuman vibrancy. La rivendicazione di identità indigene e sessualità non conformi viene espressa attraverso la lente del mondo naturale anche in diverse opere di Seba Calfuqueo. Donna trans, cilena e Mapuche, l’artista basa la propria ricerca sul modo in cui i conflitti territoriali e ambientali si intrecciano con la teoria critica di razza e genere. Una delle opere che meglio condensa questi elementi è Kowkülen (Ser lìquido) (2020): girato nella foresta di Curacautín, territorio mapuche ora militarizzato, il video immortala il corpo dell’artista nell’atto connettersi all’ambiente circostante tramite lo shibari. Inerte sul pelo dell’acqua, il corpo fonde organicamente piacere e dolore in una rappresentazione del rapporto con il non umano, raramente percepito come parte integrante della nostra identità. Come scrive Astrida Neimanis, citando Rosi Braidotti e Donna Haraway per spiegare uno dei concetti cardine dell’idrofemminismo:
Utilizzando un cliché, potrei ricordarvi che i corpi umani sono costituiti almeno per i due terzi di acqua […] In riferimento all’assemblaggio sempre ibrido di materie che costituisce l’incorporazione acquatica, potremmo dire di non essere mai stati (solo) umani. Ciò non vuol dire abbandonare la nostra ineludibile umanità, ma suggerire che l’umano sia sempre anche più-che-umano (Neimanis, 2017, p. 2).
Seba Calfuqueo, Kowkülen (Ser líquido), 2020.
L’artista reclama così la propria sessualità, restando immobile nel paesaggio di cui fa attivamente parte, sospesa di spalle per non rivelare il genere del proprio corpo nudo, mentre una voce fuori campo racconta la storia di Shumpall, una sirena non binaria appartenente alla cosmologia Mapuche. Come per le cyber sirene Gorowska e Jarosz, l’acqua si ripresenta come elemento in grado di collegare la soggettività umana al resto della natura, incarnandone anche il genere fluido. Calfuqueo stabilisce una connessione poetica tra corpi idrici e corpi queer, traendo ispirazione dalla propria terra e ampliando il simbolismo legato alla cultura Mapuche. Secondo questa visione, in totale antitesi con lo sfruttamento capitalistico e neoliberale del governo cileno, l’acqua non è un bene da privatizzare, ma un’entità spirituale, quasi divina, dotata di un’anima e di un proprio volere.
4. BDSM vegetale
L’opera di Calfuqueo – così come quella di Araki precedentemente citata – include l’uso dello shibari, una pratica di bondage giapponese in cui intricate tecniche di legatura creano motivi elaborati sul corpo. Questo elemento è centrale anche nella pratica di Luna Inkeri, che insieme a Emihurts e Välke Unelma ha diretto HAURU (2020), un documentario su tre artist3 che esplorano i propri corpi in un’isola deserta, il cui ecosistema contribuisce a trasformare questo momento in un’esperienza ecoerotica. La superficie delle rocce glaciali trasuda al sole; pozze sottomarine rivelano mondi privi di gravità; correnti ritmiche fanno ondeggiare fitti meandri di piante acquatiche; tappeti di alghe avvolgono come membrane traslucide. Il tempo si dilata, e permette alle persone di interagire con delicatezza e sfumare confini, per poi abbandonarsi a odori salmastri e consistenze gelatinose. La corda avviluppa corpi umani e natura lussureggiante, creando uno spazio di abbandono creativo e sicuro.
Luna Inkeri, HAURU, 2020.
Elemento ricorrente in molte delle opere qui analizzate, lo shibari contemporaneo è una pratica BDSM che racchiude talmente tanti aspetti rilevanti per il discorso ecosessuale da meritare un breve digressione. Sebbene esistano una grande varietà di sottogeneri, quelli più diffusi sono il generico shibari (dal giapponese legare) e il più dichiaratamente sensuale kinbaku (legatura stretta). La cultura dello shibari è molto antica, e ha radici nelle cerimonie religiose tradizionali, dove la corda simboleggiava il collegamento tra l’umano e il divino. La filosofia dello shibari non si limita però all’atto erotico, estetico e contemplativo della legatura, ma presuppone una relazione fondata su un’approfondita consapevolezza di intimità e consenso. Come in molte altre pratiche di BDSM etico [2], la dinamica di potere dom/sub è un atto condiviso: sia chi lega che chi viene legatə è parte di una dinamica di fiducia reciproca e di aperta comunicazione, verbale e non. La vulnerabilità di chi è legatə è un aspetto cruciale, poiché si affida totalmente all’altrə per la propria sicurezza, fisica ma non solo. Ogni gesto, ogni nodo, si basa sulla definizione di desideri e limiti. Si solleva quindi la già spinosa questione del consenso che, ora inteso tra specie che esperiscono – e soprattutto comunicano – in modi radicalmente differenti, si carica di ulteriori implicazioni etiche, filosofiche e pratiche. Non potendo ricevere un consenso verbale, basarci su intuito, sensibilità e buon senso è abbastanza per autoproclamarci in diritto di compiere determinate azioni? Essere informat3, consapevol3 ed empatic3 è sufficiente a trattare un’altra forma di vita in un modo che essa possa considerare desiderabile?
@sillysadass su Reddit
Queste domande ci conducono inevitabilmente a un’analisi ancora più tortuosa: a monte, si può parlare di consenso quando si parla di forme di vita considerate non senzienti? E ancora: cosa definisce la senzienza? Centrale nei dibattiti relativi alla bioetica e al diritto animale, la senzienza è convenzionalmente definita dalla presenza di un sistema nervoso centrale o della capacità di provare esperienze soggettive. A questa formulazione, il movimento antispecista risponde mettendo in primo piano il rifiuto di una gerarchia tra specie, il principio di precauzione (“senziente fino a prova contraria”) e il fatto che la capacità di soffrire dovrebbe bastare come criterio fondamentale per attribuire diritti morali. Ampliando questa affermazione di Stefano Mancuso: «Esistono tanti tipi di intelligenza quanti sono i ricercatori a cui è chiesto di definirla» si potrebbe suggerire che esistano diversi tipi e gradi di senzienza, e che l’unico modo ragionevole di fronteggiarli sia il sopracitato principio di precauzione. Approcciare il non umano in quanto soggetto attivo e dotato di una propria dignità ci pone automaticamente in una relazione mutua? Possiamo ad esemipo parlare di ecoconsenso? Pur trattandosi di una domanda senza risposta definitiva, riflettere sul concetto di consenso non umano nel contesto della sessualità offre l’opportunità di riflettere questioni sempre più ampie. Ci spinge a problematizzare il modo in cui concepiamo e trattiamo le altre forme di vita – non in contesti marginali come quello ecosessuale, ma nelle consuetudini universali, nella vita di tutti i giorni. Ecco di nuovo la lente ecotransfemminista, questa volta non puntata sull’oppressione coloniale ma su quella del dominio patriarcale e antropocentrico, che storicamente abusa la terra tanto quanto la donna, vedendola come una risorsa da controllare o sfruttare, senza riconoscergli alcuna autonomia o dignità. Ed ecco che la presunta impossibilità di ottenere un consenso inequivocabile da forme di vita non umane, in particolare da quelle non animali, diventa spunto per diverse speculazioni artistiche.
Pony Express, Ecosexual Bathhouse, 2016, Photo by Matt Sav.
Realizzato dal duo australiano Pony Express, Ecosexual Bathhouse (2016) è un progetto su larga scala composto da sei ambienti che combinano installazione, performance e tecnologie sensoriali, per offrire altrettante esperienze erotiche. In questo universo ambientalismo e sensualità convergono, invitando alla sperimentazione e permettendo all3 spettator3 di mettere in discussione il loro rapporto con la biosfera. Poiché spesso le persone incontrano difficoltà a negoziare il consenso anche tra simili che condividono un linguaggio comune, Pony Express propone l’ampliamento di questo concetto, estendendolo all’intero ecosistema. L’obiettivo è promuovere una pratica del consenso che sia attenta e entusiasta ovunque si manifesti l’eros, su molteplici livelli e in diversi contesti. Similmente a Sprinkle e Stephens, la cui versione «punk rock, queer drag e pin-up grrrl dell’attivismo ambientale» (Sprinkle e Stephens, 2021, p.2) è fortemente influenzata dalla cultura LGBTQIA+ americana degli anni ’80 e ’90, anche Ecosexual Bathhouse prende in prestito diversi elementi legati all’universo kinky e queer. Un dungeon per massaggi geologici; una sauna per ascoltare storie sussurrate all’orecchio; una camera per impollinare i fiori usando speciali profilattici da dito; una darkroom per ballare fino a cambiare forma. Ogni stanza propone diverse scenografie interattive atte a celebrare piacere, edonismo e soprattutto unione, partendo da un immaginario a cavallo tra natura incontaminata e sottoculture radicali.
5. Liberazione ecofeticista
La cultura kinky queer è legata al concetto di feticismo non solo perché quest’ultimo rientra nelle pratiche BSDM, siano esse eteronormate o meno, ma perchè entrambi implicano lo smantellamento delle norme sessuali conformi. Storicamente questa sovrapposizione non si limita all’attrazione per oggetti o corpi, ma si aggiunge alla revisione dei ruoli di genere, all’esplorazione delle identità sessuali fluide e alle dinamiche di potere che sfidano le strutture dominanti. In questo scenario, ora ulteriormente denso di significato, il feticismo diventa uno strumento per ridefinire il desiderio, ma anche per politicizzarlo. Pone l’accento sulla liberazione sessuale e sull’autodeterminazione. Trasforma una tuta in latex in uno spazio di decostruzione e resistenza. Ma come può il feticismo rispecchiarsi in una relazione interspecie, soprattutto quando il nostro interesse amoroso ricade su chi appartiene a un mondo estremamente lontano dal nostro, come nel caso di quello vegetale?
@sgentsilly9137 su Reddit
La forma più comune di feticizzazione antropocentrica della natura è quella che la oggettifica. Selvaggia, incontaminata, primitiva, esotica; la natura già nel suo insieme viene caricata di un forte valore romantico e sensuale, e contemporaneamente viene svuotata di qualsiasi altra qualità, riducendola a un mero dispositivo di piacere. Lə feticista agisce il proprio desiderio senza tenere conto della totalità del feticcio, e nega il suo riconoscimento in quanto agente consapevole. Lo venera, eppure lo sminuisce. Un trattamento che la società ha tradizionalmente riservato alle persone socializzate come donne – e la cui essenza femminile è stata spesso descritta con gli stessi criteri usati per definire quella vegetale: affascinante, ma apparentemente passiva, se non addirittura inconsapevole. Scrive Timothy Morton: «Mettere su un piedistallo una cosa chiamata Natura e ammirarla da lontano fa per l’ambiente quello che il patriarcato fa per la figura della Donna. È un atto paradossale di ammirazione sadica» (Morton, 2007, p.13). E rimarca Michael Marder, parlando della soggettività negata alla flora in Of plants, and other secrets: «Coloro che subiscono i maggiori abusi sono spesso sottoposti al massimo grado di feticizzazione. (Basti pensare al duplice atteggiamento “Madonna/puttana” nei confronti delle donne nelle società patriarcali per rendersi conto di come divinizzazione e violazione possano funzionare come tendenze che si rafforzano a vicenda)» (Marder, 2013, p.17).
La difficoltà di riconoscere una soggettività vegetale si basa su sostanziali differenze: a prima vista immobili, inanimate e inespressive, le piante sono di certo tra le interlocutrici più complesse a cui rapportarsi. Nonostante la comunicazione chimica e bioelettrica tra piante sia oggetto di studi da oltre un secolo, e sia ormai nota al grande pubblico grazie a bestseller come La vita segreta delle piante, queste forme di vita continuano a essere percepite – e di conseguenza raccontate – come enigmatiche e impenetrabili. In realtà il mistero che le circonda non deriva da una vera e propria alienità, bensì dai nostri limitati paradigmi interpretativi; un riflesso della nostra incapacità di comprendere pienamente la verde quintessenza. Ma sono proprio il carattere apparentemente sfingeo delle piante e l’assenza di interfacce adeguate a offrire l’occasione di affinare la nostra consapevolezza relazionale, mettendo in crisi la dicotomia oggetto/soggetto. Questo perché esiste un modo etico di intendere la feticizzazione, in cui il feticcio viene rispettato nella sua integrità, riconoscendo il suo diritto di influenzare il modo in cui viene percepito e desiderato. Un approccio che permetta all’oggetto bramato di farsi oggetto autonomo, comunicante, parte integrante di un dialogo ora reciproco.
@anonymous su Rule34
Nato dal dialogo tra Genevieve Belleveau e Themba Alleyne, Sacred Sadism è un progetto artistico e performativo che rimodula i metodi BDSM convenzionali filtrandoli attraverso la botanica. Ad oggi il progetto vede Genevieve e Themba incarnare il ruolo di co-dom in una varietà di scenari fetish: dall’elettrostimolazione per mezzo di aloe alla florificazione sottovuoto, che permette all3 sub di sentirsi come un fiore pressato. Coniato nel 2018 dalla scrittrice Michelle Lhooq per raccontare Sacred Sadism, il termine ecofetish descrive accuratamente la visione del progetto, che considera le piante dei s/oggetti feticci che attuano la connessione ecologica tra tutte le cose, spostando le dinamiche di potere erotico nell’ambito di rapporti più che umani. Il progetto riguarda infatti il potere più che il sesso; prende il termine ecologia nel suo senso più ampio e storico, incorporandovi marxismo e anarchismo. Mira a riconfigurare il BDSM in un nuovo quadro estetico e filosofico che permetta di creare rapporti multidimensionali con la Terra e l3 su3 abitanti. Come spiegano in un’intervista:
Si può essere amanti etici della Terra se non si può ottenere il consenso della Terra? È una domanda retorica, ma vitale per noi. Il nostro progetto guarda ai sistemi di dominazione e controllo e alle gerarchie di potere; le esatte strutture che costituiscono il gioco BDSM; top e bottom, dominanti e sottomessi. […] Quello che attualmente consideriamo consenso potrebbe non essere una realtà per gli altri esseri viventi – forse con qualche tecnologia o scoperta futura lo sarà. Credo però che fin da prima dell’inizio del periodo agrario gli esseri umani abbiano lavorato in collaborazione con molti altri esseri viventi, piante comprese. In generale, la maggior parte della storia dell’homo sapiens è stata caratterizzata dalla collaborazione con i sistemi naturali (Belleveau e Alleyne, 2023, p. 184-185).
Sacred Sadism, Pressed Floral Arrangement Vac Bed, Photo by Sacred Sadism.
Come emerge dalle riflessioni di Sacred Sadism, il mondo umano e quello vegetale hanno sempre coesistito attivamente, probabilmente anche in forme meno canoniche della coltivazione di cereali: sentenzia la Rule 34 pubblicata su 4chan nei primi anni 2000: «se esiste, ne esiste del porno». E in effetti due decenni di democratizzazione dei mezzi di produzione artistici hanno favorito la proliferazione di fantasie botaniche sempre più esplicite, dagli hentai fantascientifici al camming dedicato a piante che controllano vibratori via MIDI. Ma gli ultimi anni, caratterizzati da frustrazioni post-lockdown e diffusione di software AI, non ci hanno solo regalato una sorprendente fanbase di Poison Ivy; hanno anche alimentato aneliti di escapismo rurale, e di creazione di spazi e comunità safe dove esprimere la propria identità e sessualità. Futuri solarpunk dove ecologia e tecnologia si combinano in modi inediti di esplorare la propria sessualità. Che si tratti di meccanismi di coping o di un’inevitabile evoluzione verso una società post capitalista, il risultato non cambia: le comunità online sono permeate dal desiderio di essere offline – se non totalmente, almeno quanto basta per costruire realtà alternative. Come ben riassume la creator Rowan Ellis nel vlog Why is cottagecore so gay?: «Il cottagecore è una forma di escapismo gentile. Permette alle donne queer e saffiche di immaginare uno spazio privo di omofobia, paura e giudizio, che non sembri un esilio, ma un paradiso specifico e curato. È un mondo di indipendenza, di possibilità […]». Seppure queste speculazioni siano più universali, in quanto ispirate al romanticismo invece che all’erotismo, ci fanno comunque riflettere su come il desiderio di riscoprire una profonda connessione con la natura rappresenti una visione futuribile per molt3. Integrare l’educazione sessuale con l’attivismo ambientale fa emergere l’ecosessualità come una risposta innovativa ma efficace alle criticità del mondo contemporaneo, e all’esigenza di rivoluzionare la società secondo i principi di diversità, equità e partecipazione – anche transspecie. Rivedere la visione dell’ecosistema di cui facciamo parte, smettendo di intenderlo come un semplice sfondo passivo alla nostra esperienza antropocentrica, ci permette di riscoprire il nostro ruolo attivo all’interno di una realtà più ampia, e ci fa rendere conto che anche noi siamo, a nostra volta, fatt3 di una molteplicità di altr3. D’altronde l’empatia si basa su una comunanza fondamentale: l’identità essenziale tra chi prova empatia e chi la riceve, legat3 dal fatto di essere entramb3 esseri viventi. E sperimentare relazioni romantiche o erotiche transspecie ci offre l’opportunità di sviluppare un’empatia ancora maggiore con altre forme di vita. Ci ricorda che il piacere ci unisce proprio perché siamo tutt3, già, intrinsecamente conness3.
Rikette su Rule34.
Note
[1] Hydrocene è il termine coniato da Bronwyn Bailey-Charteris per denominare sia l’epoca che la teoria curatoriale incentrata su pratiche artistiche e teorie critiche acquatiche in tempo di crisi climatica.
[2] Il concetto di Safe, Sane, and Consensual (SSC) è il principio fondamentale di qualsiasi pratica BDSM. Ogni attività deve essere volontaria e informata, il che significa che tutte le persone coinvolte devono comprendere chiaramente cosa accadrà e accettarlo senza coercizione.
Bibliografia
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Bio
Zoë De Luca Legge (she/her) è una curatrice, critica e scrittrice indipendente di base a Milano. La sua pratica si focalizza sulla stratifcazione di studi postnaturali e transfemministi per creare progetti interdisciplinari, collettivi e lenti. É stata fondatrice e redattrice di DIORAMA editions e Panorama Milano, ed è co-fondatrice di Siliqoon. Il suo progetto più recente è Hedera, una pubblicazione di ricerca dedicata a queer ecology, ecofemminismo ed ecosessualità.