I

Lo stordimento dell’occhio dischiuso sulla mera veglia del mondo

Il letto è sfatto. È sfatto il letto e cigola, per il peso mai quieto di una carcassa che su di lui si disarticola cercando le proprie propaggini sommerse, trovandone i solchi lasciati a seccare.    Gli occhi di Era si riaprono, al mattino che li vuole pronti, e lei non può che accettarlo, e se li prende in spalla, gli consola l’avvenire e li veste per la vita. 

Che strano vedere

la vita di fuori.

Non ho mai conosciuto 

i colori tintori

che avvolgono il mondo

e lo fanno realtà,

non ho mai provato

a conoscerli in fondo:

ho sempre cercato

il nero profondo.

 

…e loro non protestano, perché conoscono il buongiorno.

Era allarga le braccia a prendere l’aria che tocca, dice qualcosa alle gambe che non vogliono nascere e si dispiace di doverle portare a spasso nel moto. Vorrebbe, almeno per loro, la quiete che aspettano – i muscoli non sanno tenerla, è lei che tiene i muscoli. Era aveva fatto dei suoi occhi due rotelle, così che la potessero portare nel mondo. Mentre scende le scale, gli occhi rotolando contano i passi e vi adagiano il filo del ritorno, così che lei ritrovi sempre il giaciglio la notte. E mentre Era cammina e si avvicina alla caffettiera, non sa che i suoi occhi la tengono al letto in inganno e le danno la scia – come rotelle incrostate di terra ormai secca la sgretolano a chicchi se vengon sospinte – di un fetore di scarti, che la condanna al ritorno e alla gogna dei viventi.

Era svita la caffettiera, si libera del mattone di polvere di ieri, lo passa sotto l’acqua fredda e ripone i pezzi in ordine, con acqua e caffè. Gira il bricco concentrandosi, perché non vuole che il caffè fuoriesca. Gira, gira, gira…

 

Il caffè del mattino è il giorno stesso? Da quando prendo le gocce sento che nel petto quel pianto che prima si precipitava al di fuori senza badare s’io stessi indaffarata ad aderire a qualche quotidiana premura di vitalità…

…e in poco è pronto per il fuoco. Era accende il fornello e vi pone in bocca la moca. Aspetta, non si allontana: ha paura di dimenticarsene e che il caffè fuoriesca. Nell’attesa raccoglie l’occorrente per prepararsi una sigaretta, ma senza mai perdere di vista il fornello. Lo guarda come un prodigio: la fiamma sfrigola, l’acqua gorgoglia, il vapore disegna il pensiero lontano …

 

… si ritrova a dover ammassare sé stesso nello stretto spazio di un petto di donna minuta. E se non sono più io a tirare calci, a dannarmi nel tremore e lanciare ingiurie all’aria con i muscoli che non posso controllare, sento che quella lotta avviene comunque, ma dentro di me. Se dunque smetto di volere la morte anche con il corpo, nel mio nocciolo si soffoca la vita imbavagliata. Non sarebbe stato meglio, allora, poter continuare a urlare? Se il caffè del mattino è il giorno stesso, posso dire di vivere ogni singolo giorno. Se la sigaretta che lo accompagna è il suo traditore, allora solo fingo che ogni alba non sia l’ennesima condanna, e vivo sapendo di volermelo impedire – o, per lo meno, di volermi rendere meno semplice il non cercare di impedirmelo.

…e in poco il caffè è pronto. Era lo versa in una tazzina che ripone al centro del tavolo rotondo, dove il decoro fa un cerchio di volute gialle e blu che ricorda un rosone in controluce. Si siede di fronte alla facciata, e a quella vista non facile da sostenere per distrarsi si gira una sigaretta. Cerca il filtro tra i fili di tabacco umido; ne districa una zolla e poi un’altra…

La sigaretta è la conclusione ideale a ogni cosa, anche a una sigaretta. E questo è un grossissimo guaio. Il dolore – o almeno una certa porzione di una certa sembianza di esso – è l’esito naturale a ogni cosa, anche alla gioia. E questo è il grossissimo guaio che mi impedisce la vita.

…e in poco trova il filtro nascosto. Sfila una cartina, vi ripone il filtro come immagina avrebbe messo suo figlio a dormire se mai le fosse capitato di averne uno, e infila di nuovo la mano nel pacchetto: strappa il tabacco a grappoli, seleziona lo spessore e la truciolatura….

Se dopo la sigaretta viene un’altra sigaretta, così come dopo la gioia viene il dolore, allora per non far nascere dentro di sé un cancro che porti la morte, bisogna smettere di fumare, così come smettere di gioire. Non riesco a smettere di fumare ma smettere di gioire mi è facile. Non richiede certo uno sforzo, poiché la gioia non è qualcosa che mi investa per caso, ma è cosa da prodigarsi con ingegno a trovare. Mi basta stare nell’inazione, in quell’inerzia del ricordo delle azioni trascorse, e la gioia non c’è. Nella fissità però arriva il dolore, e si prende il corpo e la voce. E questo è un assalto non sostenibile a lungo. Dunque che fare? Mettersi in cammino e cercare la gioia? – una fatica che non riesco nemmeno a ricordare. E quando mi sorprende il vento mosso dalle sue vesti metamorfiche, se prima fa rabbrividire i miei muscoli di uno slancio di vitalità che mi restituiscono in serena e desiderante distensione del pensiero, subito dopo mi cala le palpebre e mi esclude dalla vista della meraviglia del mondo. E rimango inerme in una mera veglia del mondo. 

…e in poco ha pronto il ciuffo giusto. Lo stende, come immagina avrebbe adagiato il suo corpo nella bara se mai gli potesse capitare di vedersi morire, e inizia con i polpastrelli a girare  quell’arnese ricomposto. Gira, gira, gira…

Dunque il dolore non fa altro che spingermi a desiderare ciò che lo genera! Questo è un modo crudele di far dipendere qualcuno da sé. Il dolore mi ha presa per dimorare sempre in me. E io che posso fare? Mi alzo, faccio il caffè, mi giro una sigaretta. E a volte persino mi dimentico di bere quel caffè e fumare quella sigaretta.

…e in poco il drum è pronto. Lo posa sul rosone di fianco alla tazzina. A Era non piace il caffè  bollente, e dunque fa sempre passare qualche minuto prima di berlo. Decide intanto di vestirsi, per non perder tempo. Era sa che il giorno ha bisogno di un abito vivente, e sa come prodigarsi a procurarsene uno, almeno uno al giorno.

 

II

Svestizione: il morbo dell’arredo del mondo dilaga

Era risale le scale a ritroso – ma non riarrotola il filo. Solo i suoi occhi lo vedono, non lei, ed è così che meschini la tengono in ostaggio: è il loro modo di vendicarsi per il fatto che lei li costringe alla veglia del mondo – ché saprebbero, altrimenti, godere di altri sogni più quieti. Vede il letto ancora sfatto e capisce che il giorno non può nascere nel caos, e così decide di riporre in ordine ogni strato. Si scambia tra un lato e l’altro del letto e pialla con cura le dune arroganti, sognando di saper moltiplicare nel giorno quella dedizione di cui ogni mattino si riscopre capace. Da un lato all’altro del letto gira, gira, gira…

È difficile pensare una parola

che ricomponga il giorno, quando ancora

tiepido e ritratto dall’armadio in legno bianco

allunga la sua mano attento

il mio dolore, quell’amico antico

  • il mio dolore, amico sempre stanco.

Nei pomeriggi in cui con la sua voce

lui preme stretto sul mio cuore un ferro

per angustiarmi il petto e l’energia,

io mi scompongo a vetri come noce

e tra le mani serro i resti, tengo

le pietruzze dei miei sogni umani

in un abbraccio, come da una foce

ogni acqua salta a perdere la via.

 

…e in poco il letto è sistemato. Si toglie il pigiama iniziando dalla maglia e la sensazione del tessuto, pur morbido, che le sfrega la pelle le provoca fastidio e repulsione. Pochi giorni prima un’ape, insinuandosi sotto il maglione, tentando di liberarsi le aveva sfregato il pungiglione in battaglia, lasciandole i graffi. I segni le prudono ancora, e si gratta, si gratta, si gratta…

Cerco di scrostare la mia pelle per farne un’epidermide del mondo; così penso che non viva più della mia angoscia, ma della vita perpetrata in ogni cosa che proceda – e lei meschina invece allunga le radici nei dolori e succhia il nutrimento che la uccide; se incontra un albero non alza la sua testa, non cerca il cielo che lo alberga, ma subito si getta alle muffe che lo assediano; se incontra una colonna non si volta alla sua volta, ma si stende sugli aloni di piscio che le danno quel profumo di maestà decaduta; se inciampa in una perla, non se la rimette al collo ma dispera che una stella – persino una stella! e che ne sarà delle formiche? – sia fallita nella morte.

…ma il bruciore non soccombe. Era si arrende, finisce di svestirsi e guarda l’armadio, visualizza il contenuto nel disordine usuale in cui ha imparato a conoscerlo e rispettarlo, e sa dove pescare. Si riadagia in un involucro di tessuti e la sensazione è ancora la stessa. I suoi pori non percepiscono che prurito e frullano, gridano, frullano…

Epidermide è un dio che mi ingiunge di farmi molle distesa a sua somiglianza per ricoprire con cura gli speroni delle fattezze del mondo; ma mentre mi urla di espandermi e gettare le ventose dei miei sensi a coprire i frutti meravigliosi della terra, non tiene conto degli urti e delle mie scarse capacità elastiche: a ogni guglia, dove la vita più si riempie di gioia e si innalza all’assoluto, ad ogni più alta bellezza, io m’infrango, la mia epidermide si squarcia e invece che raccogliere il creato lo tinge di un sangue fratricida.              Chi potrebbe mai volere una mia carezza?

…ma in poco è pronta. Riscende le scale; non inciampa nel filo perché quello ha ben imparato negli anni a come plasmarsi al suo movimento per scansarlo. E all’ultimo gradino, le si uncina a una maglia del pantalone, e cammina con lei. Era non sa che avrebbe portato quel suo filo per tutta la città, tingendone il cemento, tangendone gli spigoli. Quel filo avrebbe sputato la sua ragnatela abbracciando i palazzi, cogliendo in paura i dolori, travolgendo le corse, sotto l’azzurro. 

Era apre la porta di casa, e il divano respira di nuovo. Non guarda la luce che entra ma il tavolo, i pensili e le grandi librerie in legno: tutte le cose le sembrano essere nel posto sbagliato. Vorrebbe riassegnare a ciascuna un proprio spazio, ricomporre un’armonia della sostanza. Ma non ha tempo, non può riordinare il desiderio di stasi che in orde le ha invaso la casa. Guarda la libreria vicino all’ingresso, la finestra, con la sua tenda bianca e l’inferriata che le esclude il colore, e la scrivania, e il tavolo, e il divano, e poi di nuovo la libreria. 

Lo sguardo gira, gira, gira…

 

L’arredo mi ingombra il cuore

oggi, quando ho provato ancora a guardarlo

come una parte dell’essere. Essere

mobilio o energia sta in qualche cosa

di interno o di impresso su carta

su pelle su manto su braccia

per stringere il succo del mondo?

Un giorno mi par pure un giorno

sia che lo incontri cosciente

sia che lo veda, seduto.

Un giorno mi par pur qualcosa

che io non ho mai conosciuto,

pur standoci dentro nel moto.

L’armadio, i cui figli a mia forma

attraversan le strade in rumore

ha vissuto più vita di me,

lui che è cavo ha riempito il suo vuoto.

 

…poi si ferma e si lascia la giostra cantare alle spalle. 

Il cortile della sua casa è un luogo triste, sembra non aver vita da anni. Tutte le piante stanno morendo, le bici legate alla rastrelliera cambiano ogni giorno di posto ma sono sempre le stesse, i tavoli sono sporchi. Attraversando il cortile Era guarda in alto: non vede il cielo, ma solo il riflesso grigiastro dell’asfalto…

 

I quattro angoli nel mio cortile

guardan le piante venir meno al sole,

perdendo a terra i resti del monile

dei loro colli su cui triste piove.

Quei muri han tolto loro fame e sonno,

gli hanno tagliato il cielo in proporzione

ché lo potessero nel grigio giorno

guardare senza più disperazione.

Ma come resta escluso il gran dolore

da quel quadrato azzurro alla cimasa

che fa al mio sguardo un segno di destino,

così non entra mai nella mia casa

la gioia a spargere il suo lento odore,

che resta in volo solo e peregrino.

 

…e non sa se dispiacersene o se darsene la colpa.

 

III

Traiettorie di schegge dagli occhi.

 

Era varca il portone e i binari di persone in corsa già affollano la strada. Non sa se tenersi al portico di sinistra o a quello di destra, o se prendere il centro insieme alle biciclette; non sa se seguire qualcuno o inventare un viaggio nuovo. Vede alla sua destra arrivare un cane, da lontano, insieme a una signora vestita di verde, e decide di camminare in contro a loro, per sorridere al cane, come faceva sempre. Dopo qualche passo si volta verso il bancone del bar della strada, e vede i vassoi di brioches, le tazzine di caffè su ogni ta vavolo, sorrisi alla mela che rimbalzano da un punto all’altro della sala, urtando i cappotti e gli zaini. Vede il barista in bianco asciugare una tazzina da caffè…

 

Vedo un circolo dalle estremità distanti

che non si incontrano e si rincorrono

come sul guscio di uno chiocciola

quando immagino il possibile che non s’è fatto.

 

…e si ricorda di aver dimenticato sul tavolo quello che aveva preparato per sé.

Indaga un ultimo tavolo, nell’angolo, mentre viene pulito e riassettato, poi segue con gli occhi le nervature della volta che sorregge il portico, e si perde nella nube che raccoglie le libagioni dei caffè. Vede gli uomini di Michelangelo, le grandi città e i mazzi di fiori ben fatti. 

Guarda la volta che gira, gira, gira…

 

Vedo una linea distesa vertebrale

che si perde su un percorso noto

ritrovandosi però sempre sui suoi piedi

quando contemplo la carogna di quel ch’è fatto.

 

…e per poco inciampa sul cane che ha eletto ad amico. Prosegue, voltandosi ancora a cercarne la coda, e torna a guardare lontano. Arrivata al punto in cui si attraversa la strada, si ferma a cercare i canali di perturbazione di quelli che hanno attraversato prima di lei: cerca una spinta, una pressione, un’idea. Qualcosa la spinge, di suo o di impresso a fior di pelle da un altro, e attraversa sfregandosi le dita delle mani nelle tasche. Le dita girano, girano, girano…

 

Vedo una nomade salire dal buio

e con un piede accompagnando la liscia discesa

e con l’altro vorticando in spalle all’uragano

contorcersi in dolori di limbi dissepolti.

…e in poco è dall’altro lato della strada.

Vede il pianista dedito ai soliloqui che abita nel suo palazzo, e…

 

La vedo la vedo la vedo

con le orme ch’ormai non s’incontrano

cercare i suoi arti fuggenti

d’unirli con tocco maestro.

 

…e una coppia di turisti, con sorriso da turisti, che leggono i muri, e…

 

La vedo la vedo la vedo

cercare nuovi sentieri più adatti

a chi deve restare nel mondo

senza però voler scendere a patti.

…e una donna elegante d’ufficio che si stringe la giacca nel petto, ferendo con i tacchi delle scarpe i ciottoli nella salita, e…

 

La vedo al vedo la vedo

inventare alibi in vetro

per convincersi di poter abitare

un corpo di carne d’un metro.

 

…e un cestino ripieno di scarti, che in quest’autunno ha perduto ai suoi piedi, e…

 

La vedo la vedo la vedo

prepararsi un giaciglio più caldo

per poter travasarsi nel mondo

per fingere ancora di amarlo.

 

…e due fratellini per mano, ancora fuori dal futuro, guardare la madre che gli indica il pelo della strada, e…

 

Non posa in rima il pensiero

ma questa rima è il solo destino

di chi è nato per il fiore nero

tra ogni fiore d’ogni giardino.

 

…entra in un bar a ordinare un caffé. 

 

IV

Urano piove sui rinunciatari.

 

Con le crepe delle labbra che trasudano d’amaro, e la pelle fredda e bagnata da rubarle i capelli, Era fende l’ultimo banco d’aria che le esclude il cortile, e non appena ripesta il quadrato di luce che le ritaglia, le ritorna disteso il respiro. Saluta il piccolo albero di limoni che le sparge il profumo ai gradini di ingresso, e mentre è chinata a scostare le foglie in cerca di nuovi frutti già nati, una goccia di pioggia le cade sul naso. Si alza, la tocca con l’indice e poi se lo passa sul labbro. Sente per un poco risanata la ferita dell’andare: l’aroma delle foglie di limone misto a pioggia le ricorda la bellezza della stasi.

Era rientra in casa e si siede al tavolo da pranzo. Guarda negli occhi la tazzina di caffè e la sigaretta, mentre il cortile le raccoglie il temporale. Prende tra il pollice e l’indice ancora umido il piccolo manico della tazzina, e la fa ruotare in un verso e nell’altro ascoltando il ritmo dei secondi. Il tempo corre, la tazza gira, gira, gira…

 

Nei giorni distesi del pensiero, il rumore e il movimento della vita sono uno strato dell’atmosfera che non mi raggiunge. Nella sua epidermide puntellano pustole squamose gli oggetti e i gesti del giorno fabbricante, che fanno quell’essere lacerato che mi sovrasta ancor più febbricitante e fetente. Quando distende le mani per lanciarmi il suo abbraccio dall’alto della sua porzione remota di cielo, gli oggetti e le voci e i movimenti rompono i cancelli del mausoleo a cui erano ascesi una volta dispersi per le strade del mondo, e mi cadono addosso, in accelerazione, ferendomi e lasciandomi sepolta dal peso denso del loro esistere ritrovato. Nei giorni distesi del pensiero, dopo aver salutato dal basso tutte le prescelte faccende della mia rinuncia assoluta, queste mi ripiovono in testa a inzupparmi del peso della mia umanità. Allora capisco che rinunciare al rumore e al movimento non era cosa possibile: prima o dopo queste due forze avrebbero sempre ridepositato tutto il peso della loro materialità, che io avrei creduto di dissolvere sublimandola in dolce effimera atmosfera inconsistente. Dimenticavo che la pioggia non può non cadere, e che quelle salme della parvenza di vitalità degli oggetti avrebbero sempre fatto ritorno al loro corpo terrestre – e che nella traiettoria del loro ricongiungimento avrebbero sempre urtato – quale condanna! – il mio pensiero. Non vale il compromesso, ma non vale neppure la rinuncia. Urano piove sui rinunciatari, ricordandogli che il vivere è immersivo, e che non è possibile astrarvisi, che bisogna stare a bagno con il corpo intero nella reggia di rumore e movimento, per non farsene travolgere quando ricade dall’alto a tempesta. Che fare? L’apocalisse ha bisogno di occhi pronti e di muscoli abituati all’acqua violenta.

 

…ed Era ha perso il suo caffè.

 

Bio

Anita Loli (Marradi, 1998) è filologa e poetessa. Laureata in lettere classiche, attualmente è laureanda in Filologia Classica presso l’università Alma Mater di Bologna, città in cui vive e lavora.