L’adolescenza è un fenomeno recente che incuriosisce e fa girare parecchi soldi. «Lei» – l’adolescenza – sarebbe nata alla fine della seconda guerra mondiale per definire quella che sarebbe diventata una nuova categoria di consumatori, marcatamente distinta dall’infanzia. Lo storico dell’arte Morgan Labar ci ricorda che quest’epoca attesta l’emergere di una nuova cultura giovanile, annunciando la separazione definitiva tra infanzia e adolescenza, mentre Jon Savage cita il 1954 come un anno decisivo, in cui specialmente i media mainstream, come la rivista Life, avevano completamente cristallizzato e consacrato l’identità moderna dell’adolescente americano di buona famiglia[1]. In questo libro, anche Arianna Caserta colloca la nascita del teen movie come genere cinematografico negli anni ’50. Non a caso, l’autrice riporta come nel 1954 l’American International Pictures (AIP) di Samuel Z. Arkoff e James H. Nicholson avesse iniziato per la prima volta a produrre film pensati appositamente per un pubblico adolescenziale. È chiaro, tuttavia, che non è l’adolescenza a essere nata e cresciuta dopo la guerra, bensì un’industria e un genere cinematografico specifico che hanno iniziato a essere costruiti intorno a essa. 

Ciononostante, né l’adolescenza né il cinema adolescenziale sono categorie costituite una volta per tutte. Di fronte all’immagine di questo cinema del quale se ne vorrebbe trarre il ritratto, l’adolescenza non si definisce semplicemente come uno stadio biologico o una categoria demografica. Si tratta, piuttosto, di un movimento: «il teen movie non è in realtà definito dal fatto che rappresenti i ragazzi. È infatti molto difficile stabilire i confini del “film adolescenziale” così come è difficile specificare quando inizi o finisca l’adolescenza stessa»[2]. 

Insomma, il cinema adolescenziale avrebbe un carattere chimerico, capace di tanti generi quanti sono i suoi spettatori: il suo pubblico è tanto malleabile quanto lo è diventata la nozione stessa di adolescenza. Anzi, si potrebbe dire che sia proprio in questo difetto necessario [défaut in francese, N.d.T.] dovuto all’assenza di un profilo preciso, in questa impossibilità di lasciarsi fissare, che risiede la sua vera natura; quella di uno stato liminale che sarebbe diventato, negli ultimi decenni, sempre meno un’età che una condizione culturale, quasi un diritto a restare qualcosa di superato, che ho anche cercato di esplorare nel mio lavoro da curatrice. 

Il saggio Teen Nihil. Cinema, adolescenza e nichilismo ci insegna a sua volta che la liminalità ripete strutturalmente il gesto del nichilismo.

Ben lontano dai cliché che lo riducono alla mera negazione o a una pulsione di pura distruzione, il nichilismo è anch’esso un movimento; è attivo, trasforma la caduta e la morte di un sistema di valori (proprio della fase adolescenziale) in un principio di vita e di superamento di sé. In altre parole, per Arianna Caserta, «Il carattere mutevole del nichilismo […] non rappresenta dunque solo il vuoto e la situazione di disorientamento che subentra una volta venuti meno i riferimenti tradizionali, ma soprattutto l’affannosa ricerca della prossima illusione a cui aggrapparsi».

È forse qui che si colloca una delle questioni più urgenti di questo libro: che cosa produce questa dinamica quando viene portata al suo culmine all’interno di un’era digitale totalizzante che avrebbe abolito persino l’idea stessa di un «fuori»[3]?

 

 

Per rispondere, Arianna Caserta ha scelto come compagni di strada Nietzsche, i pensatori della psicoanalisi, ma anche Stiegler e Montani per spostare progressivamente il discorso sul nichilismo verso quello che riguarda il nostro rapporto con il mondo e noi stessi di cui si occupa il cinema adolescenziale. Pagina dopo pagina, siamo condotti sempre più vicini ai meccanismi di svalutazione della morale, senza dimenticare quelli vertiginosi e ferocemente contemporanei della spersonalizzazione, della derealizzazione del paesaggio (esterno o intimo) e quelli che interessano l’indebolimento della nostra capacità di distinguere ciò che appartiene all’esterno (il mondo) da ciò che appartiene all’immagine. 

I film analizzati, sviscerati con una grandissima cura, non si accontentano di illustrare queste dinamiche: ne sono anch’essi i sintomi. In certi casi, rappresenterebbero addirittura lo strumento critico con cui mandare all’aria i meccanismi in atto. Per esempio, i film di James Benning trasformano lo sguardo dello spettatore in un esercizio attivo di ricostruzione del senso. 

E così, questo libro, per usare le parole della sua autrice, «intende accompagnare il lettore lungo il percorso della perdita assoluta delle tre categorie individuate da Nietzsche: lo Scopo (il senso della vita liberata della morale, nel primo capitolo), l’Unità (il modo di vivere collettivo in uno spazio, nel secondo) e la Verità (il rimando a un mondo-simulacro, nel terzo)». Ma è anche, e forse soprattutto, un manuale sulla minaccia della crescita, e sui coming of age che il cinema non finisce di ripetere. 

Com’è bello essere nichilisti a qualsiasi età, com’è dolce essere scettici.

 

Julia Marchand

Traduzione di Alessandro Sbordoni

In copertina: Kim Seob Boninsegni, Destroy your belief system, 2016, mixed media.

Crediti foto: François Deladerriere

Note

[1] Per maggiori informazioni, vedi Morgan Labar, La gloire de la bêtise. Régression et superficialités dans les arts depuis la fin des années 1980 (2024, Les Presses du Réel), ma anche la sua prefazione al libro I Am the F* **** Subject: Art and Adolescence (2026, Lenz Press) e Jon Savage, Teenage: The Creation of Youth Culture (2007, Viking Adult).

[2] Catherine Driscoll citata da Arianna Caserta in questo saggio.

[3] Per Ingrid Luquet Gad, autrice di Generation No Past, il mondo in URL e IRL convergono. «Non c’è più un esterno, né in senso spaziale né temporale», vedi https://theravingage.com/documents/luquet-gad-generation-no-past.

 

Bio

Julia Marchand è una curatrice e ricercatrice di base a Venezia. È fondatrice di Extramentale, una piattaforma curatoriale nata nel 2016 che esplora l’adolescenza come condizione culturale e artistica contemporanea, e curatrice di I Am The F**** Subject: Art & Adolescence (Lenz Press, 2026), un volume dedicato ai legami tra arte contemporanea e adolescenza.

 

Alessandro Sbordoni è autore di Al di là dell’immagine: sulla cultura visuale del XXI secolo (Inactual, 2026), Semiotica della fine. Saggi sul capitalismo e l’apocalisse (DeriveApprodi, 2025) e The Shadow of Being: Symbolic / Diabolic (Miskatonic Virtual University Press, 2023). È un redattore della rivista inglese Blue Labyrinths e della rivista italiana Charta Sporca.