I – La rocca degli abdicanti

Ho visto il ramo spoglio e la sua foglia

L’ho visto disperare il suo disfarsi.

Ma il ramo non ha di che martoriarsi: 

rifiorirà quando natura voglia.

 

Ho visto il ramo spoglio e la sua foglia

Vicino un’ombra china già sbiadita.

Cercava una vitalità smarrita:

aveva solo perso la sua voglia.

 

Aveva solo perso la sua voglia:

aver la noia in grembo come figlia

dissecca l’anima non rassomiglia

al dispiacer di perdere una foglia

 

Deposte ad una ad una le mie voglie, sono arrivata dinnanzi alla Morte. Seppur io non l’avessi mai temuta in vita, anzi quasi venerata come una liberazione felice, ne ebbi subito paura – forse perché capì che dalla Morte non sarei più potuta ritornare. Emanava un fetore di carcasse dalla bocca spalancata in una smorfia ferina di dolore, aveva braccia lunghe quanto distano tra loro le galassie, dalle quali pendevano le immagini dei morti come perle da una collana; con la sua gravosa e variopinta corolla di tenebre avvolgeva l’intero oltremondo, i cui margini graffiava con artigli spigolosi che lanciavano alla volta scie luminose rosso sangue, segni che l’occhio esangue dei cadaveri prendeva come manifestazioni divine.

Visibili anche dal mondo dei vivi, le comete della Morte illudono gli uomini di essere parte di un tutto regolato, regalato da un Dio come la vita, dono prezioso e irripetibile. In vita, quelle stelle non mi convinsero mai: le prendevo a prova della mia nullità insensata, della mia piccolezza di fronte alla vita imponente e imperante, dinnanzi alla quale sentivo di non aver forze per accoglierla, per raccoglierne l’energia e ritrasformarla in gesti umani, emozioni e relazioni. Sotto quelle volte luminose rosso sangue mi sentivo sola, e appena le rividi quand’ero già in braccio alla Morte, ne fui consolata: anche da morta non mi sarei sentita qualcosa, ma niente. Questo era il solo stato interiore e fisiologico che sapevo abitare, quello che sotto il cielo di comete mi ero cucita negli organi, e fui grata che non mi avesse abbandonato insieme alla vita. Non sarei stata sola, ma sempre insieme alla me che non sa vivere.

 

II – Aiace: per l’ascella si scende alla cella

La terza costola sinistra della morte, una di quelle che protegge il cuore, si allungò e mi cinse stretta fino a togliermi il respiro. Mi risvegliai esausta con il fiato appena sufficiente per capire che anche nella morte è possibile il respiro – è un respiro diverso, quello nostro: ne escono immagini dal colore cupo, tra il grigio e il nero più profondo, che ci ricordano ciò a cui abbiamo senza pietà rinunciato. I fossili di vita abdicata si depositano nei nostri polmoni e lì si calcificano, per poi rievaporare nell’espirazione e darci gli incubi alla veglia. Chi rinuncia non può mai scappare dalla vita da cui si è spontaneamente deposto. Vidi tanti altri boccheggiare corpi e gesti come me, in fila lungo un dirupo di speroni diseguali, scomodi alle vertebre e alla carne.

In cima alla fila signoreggiava Aiace, mostro dalle parvenze umane che sapeva di un segreto svenduto ma ancora prezioso. Lo vidi mentre davanti ai miei occhi le nuche fumose dei compagni mi disegnavano il mondo che ancora ricordavo vivido, e mi ripopolavano la mente delle strade affollate che avevo attraversato e delle case tristi e disordinate che avevo abitato, insieme a tutte le persone che non aveva conosciuto. Tra loro dalle mie labbra si aggiungevano i miei cari, le mie parole mai pronunciate e i miei divani sagomati dei miei sonni interminabili. Tra i fumi Aiace risplendeva come un faro, proiettando sulle ombre dei respiri una luce rosso fuoco che inquietava. Nudo il corpo statuario, aveva una spada conficcata nell’ascella sinistra, dalla quale sgorgava sangue che tingeva il mantello che gli cadeva sulla schiena dietro i lunghi capelli. Quel sangue percorreva la sua schiena e ricadeva in un cratere; mesciuto con le lacrime di noi attendenti, che il vento trasportava all’imboccatura, Aiace ribeveva il suo sangue e così poteva muoversi e parlare. Dai suoi occhi riluceva la vergogna, ed era per me come guardarmi allo specchio. Estraeva sofferente dall’ascella con la mano destra quella spada, e infilzava per l’ascella sinistra ciascuno dei compagni, e facendoli roteare per qualche voluta tra i fumi dei ricordi riemersi dai ventri putrefatti, li deponeva nella rocca a noi destinata: la rocca della rinunciatavica.

Quando fu il mio turno offersi spontaneamente il braccio – la vita, in fondo, mi aveva insegnato qualcosa –, ed egli lo trafisse con mano sicura, ma con un dispiacere colpevole sotto le palpebre emaciate. La ferita non mi provocò dolore – le ombre hanno il corpo solo per soffrire i ricordi e i rimorsi, ma sono insensibili ai morsi della carne e alla lacerazione degli organi; questo è il dolore dei suicidari – il più terribile? Mi brandì in aria come uno stelo dall’apice sgualcito e ritraente, e mi trasportò per qualche giro sopra la sua testa come un cavaliere con il lazzo prima di stringere la vita tra l’intreccio delle fibre. In quel volo davanti ai miei occhi rividi mia madre darmi al mondo con dolore e mio padre disperarsi per aver creato una vita disumana. Rividi la bambina che ero stata e poi l’adulta, e tutto mi sovvenne così triste da farmi perdere nuovamente i sensi. Aiace mi depose sulla rocca e sfilò la spada dall’ascella, ed io mi accasciai su di una roccia che acquisì subito la forma del mio addome ripiegato su se stesso, con impresse le mie costole come sorrisi distesi di estatica commozione.

 

III – Primordiali luccichii: torna la luce, ritorna il dolore

Mi risvegliai per un fastidio che nato dagli occhi mi aveva avvolta tutta la testa e ogni senso, e non appena li aprii, subito mi si richiusero indietro come rimbalzati per un ritorno fiamma. Intanto tra i neuroni le connessioni vibravano: io potevo sentirle una ad una e contarle, e farne il cielo stellato del cosmo che implode. La luce era troppo forte perché io potessi guardarla. Così puniscono noi rinunciatari: se in vita abbiamo rinunciato a vedere, in morte non possiamo che farlo. La luce dava un risalto ai colori come il regalo di una nuova dimensionalità; tutto ciò che in vita avevo considerato misero, nella luce della rocca dei rinunciatari appariva molto più di ciò che era. Le forme delle cose improvvisamente mi venivano comprese nella mente come essenze primordiali, elementi assiologici del mondo da cui ogni creatura prendeva ispirazione per evolversi.

Tutto mi appariva estremamente chiaro, nella forma e nella sua congnizione. Gli occhi si abituarono a quella cascata in milioni di rivoli di luce in un paio di giorni. Furono giorni d’angoscia: mentre non potevo vedere ciò che mi circondava, sentivo le urla dei miei compagni che, abituati alla luce, potevano vedere dove fossimo, cosa fossimo, cosa fosse quel luogo dove eravamo. Quando aprii gli occhi io non gridai, tanto subito quel caleidoscopio impresse sulla mia fronte un senso di comprensione ultima. Io avevo capito, e non mi disperavo. Mi scelsi un angolo un poco riparato per accompagnare i miei occhi all’abitudine alla luce: non potevo aiutarmi con l’ombra, ché alla rocca dei rinunciatari non c’è ombra, perché non c’è ombra laddove tutto è niente tranne che quel che sarebbe se non avesse abdicato alla vita. Tutto è perfetto, se non vive. Immateriale, inconsistente, aereo, divino, incorruttibile. E anch’io mi sentivo così – sono sempre stata dall’animo altero, d’altronde. La prima cosa che riuscii a distinguere fu il viso brillante di mia madre, dagli occhi come perle celesti emananti una luce propria che faceva soccombere quella tutt’attorno. Aveva biondi capelli e sorrideva di profilo con aria giovane. La ricordai e la rimpiansi. Ciascuna delle persone che avevo conosciuto nella mia vita aveva un tratto proprio a formare una sagoma nuova, priva di un volto ma così familiare da sembrarmi viva, fuori dal colore. Quello, forse, era il vero mostro da affrontare in questo viaggio. Imparai giorno dopo giorno a discernere ciascuna delle parti e ad attribuirle un nome, e così piansi, piansi per il ricordo, ad ogni riconoscimento una parte di me perdeva qualcosa per stare ferma, e i miei organi di ombra sembravano di nuovo macerare veleni. Questo mi fece ricordare l’angoscia che da vivente apriva le sue labbra dal mio petto, per farvi uscire mani che mi premevano il cranio ad angustiarmi il ventre e l’energia.

Ma non fu il ricordo più doloroso.

Peggio fu scomporlo e ricondurlo alle matrici, e allora la mia mente aveva chiara e pluridimensionale coscienza di cosa era stata vivendo. E quello fu dolore. Ma forse ancora peggio fu capire che tutto questo non esisteva, e che avevo perso la mia occasione di goderlo quando in vita lo credetti finto. In vita c’era il corpo, il mio e quello degli altri, ed era allora che avrei dovuto credere il reale, per evitare una morte in vita. In fondo, il peggio è passato. Esser morto è meglio che essere un vivo morto, senza dubbio. Non mi aspetta che luce e dolore – forse è questo il colore del dolore.

 

IV – χωρέω-grafia: il culto ritraente

Abituata alla luce, fu grande lo spettacolo davanti ai miei occhi. Orde di coleotteri necrofori invadevano il suolo, a gruppi portando le cose a cui ciascuno di noi in vita aveva rinunciato, composti e coordinati come quando i viventi trasportano una bara fuori la chiesa dopo il funerale: erano seri, guardavano in basso, camminavano all’unisono con le loro zampe spiniformi, strisciando le ali a terra e imprimendovi un odor di putredine – scie cangianti che espandevano nel chiarore immenso della luce un variopinto miracolo. Ciascuno era costretto a vedere sfilare gli oggetti della propria rinuncia davanti a sé, al centro di una processione circolare di spoglie che gli stringevano la mente nei ricordi. Questa era la nostra pena, commisurata alla nostra colpa – o forse tanto più feroce. Chi rinuncia già ama ciò a cui abdica; lo ama a tal punto di non volerlo godere sapendolo effimero e morituro, e dunque tutto questo zelo per mostrarci la bellezza delle nostre rinunce mi parve eccessivo. Io ho amato già tutto; più mi sono tenuto distante da qualcosa, più l’amavo.

Era un carnevale di morti dissepolti: riconobbi per prima mia madre, poi mio padre, e poi molte delle persone che avevo incontrato in vita. Ma ciò che più di tutto mi scompose l’anima, fu vedere la vita stessa – in fondo, quello era stato il vero oggetto della mia rinuncia. La vita mi apparve come qualcosa di amorfo e insieme riconoscibilissimo in tratti composti di una dolcezza cruda e sfacciata; aveva come un volto familiare e allo stesso tempo irriducibile; conteneva il Tutto, lo teneva tra braccia di un candore riflettente, e lo baciava come a imprimergli un impulso. Tra i suoi capelli riconobbi le strade del mondo, srotolate e poste l’una di fianco all’altra come fossero sorelle di cammino e come se conducessero tutte allo stesso fine: la vita. Quante di quelle strade io percorsi a testa bassa, con le mani mai pronte a braccarne l’energia.

Tutto diveniva chiaro, con un perlaceo luccichio come una nuvola ad accerchiargli i contorni; tutto era più attraente di quanto fosse mai stato. Tutto sembrava – quali smorfie angosciose vedevo io nelle cose in vita, tutte uguali nel dolore – sorridere di una felicità nuova, che non ammette condivisione con chi già non vi partecipa. Gli oggetti erano tutti di forme impreviste, ma così immediate nel senso del loro utilizzo che fu come reimparare tutto da capo, in un momento di sola reminiscenza.

I coleotteri ordinatamente dissotterravano ad uno ad uno i resti delle nostre rinunce, e quale dolore glorioso vederle sfilare in processione sotto i nostri occhi velati dal fumo delle nostre bocche esocrine delle parvenze di quegli stessi cadaveri. Questi ritraevano i volti e gli sguardi in una distorsione che li faceva perfetti a godersi: ritrarvisi non era mai stato tanto epifanico. Era un rodeo funereo che lasciava segni di sconfitta sul suolo circolare infinite volte in ascesa verso il regno dei vivi, sopra un cielo soffocato dai nostri respiri. Il vento non piegava le zampe dei coleotteri, che così sottili reggevano il peso di entità di una tale sostanza densa di ardore: quei corpi dovevano essere niente, o non si spiega come facessero. Le stanze e le piazze che mi avevano inaridito, ora sembravano fioriere di un calore materno avvolgente, che mi ci sarei abbandonata, imprimendo quegli stessi divani e sedendo quelle stesse pietre che mi erano state un soggiorno indecente. Vivere non era mai apparso tanto ospitale e adattivo, pieno di lusinghe irrinunciabili.

Eravamo costretti a guardare lo spettacolo dall’alto di un muro spinoso, al quale dovevamo tenerci attaccati con le mani – ogni falangetta in tensione era un amo piccolo e letale. Il nostro corpo pendente era braccato dalle radici degli alberi che si erano impiantati nella valle al di sotto, che riemergevano da terra e mutate in serpenti si arrampicavano in spire alle nostre gambe, quasi a volerci ricondurre dentro quel legno che ci reclamava, grembo che rimpiange il suo feto. Quegli alberi erano emanazioni delle nostre anime fattesi tronco, il destino di un processo mitotico dell’anima lasciava a noi il dolore di vedere le nostre rinunce, e a loro l’impazienza di una stasi sterile e solitaria. Volevano prendere le immagini dai nostri occhi. Quanto è strenue l’anima dei rinunciatari che, arrivata a soffrire il mondo perduto, vuole con ansia riaverlo negli occhi; noi invece avremmo voluto la cecità, ma come in vita avevamo finto di non vedere, ora non potevamo che farlo. Una parte di noi voleva tornare a vivere; l’altra voleva dimenticare.

 

V – Inondazione: un ballo blefarotico

Una volta ogni mille anni le nostre anime rinunciataviche potevano abbeverarsi al Lete, e dimenticare per sempre ciò che erano state, ciò che non avevano goduto e il fatto di non averlo goduto. Potevano, insomma, rinascere vive. Io arrivai al compimento del novecentonovantanovesimo anno dall’ultimo abbeveraggio. Dopo solo un anno di patimenti, avrei potuto liberarmene. Trascorsi quell’intero anno, tra i dolori della vista di tutto ciò a cui mi ero sottratto, a pensare se rinunciare anche a questo, a dimenticare. Mi sarebbe parso coerente farlo; ma non avevo a cuore la coerenza, cercavo solo un modo per perdonarmi. Il millesimo anno si compì e fu il giorno del rito. I miei compagni in lacrime di gioia si predisponevano in file ordinate per raggiungere le sponde del Lete, con la speranza negli occhi e un desiderio di volo nel petto. Si chinarono sulle ginocchia ad abbracciare il fiume con il loro reticolato di vene e ossa, e lo cinsero tanto da impedirgli il respiro. Fu allora forse per dispetto, o forse per indigestione o costrizione, che quello zampillò in rivoli che aprirono le bocche di ciascuno e vi si tuffarono ingordi.

Quell’acqua estinse il fuoco dei ricordi, e subito le ombre di fumo dei fossili di vita che ciascuno per lungo tempo aveva espirato si spensero. Colore, immagine, movimento, parola: fu tutto spento da una goccia.

Un unico fulmine, visibile da ogni angolo della rocca, ne fece vibrare il reticolato di magma e radici, e chiunque fosse sopra la crosta arida di fermento del canale dell’acqua obliosa, con l’oblio già nello stomaco, scivolò impotente nel sonno. Nella convulsione di luce e stordimento, Iris scese, avvolta in un mantello di voluttà imperiosa e di sogghigno, a insinuare le sue dita gracili per la frenesia del dominio che scrive spartiti che, inducendo il collasso di un semitono sull’altro, pandono l’eco di un boato straziante, sotto gli occhi dei viventi, grattando con le sue unghie consumate dall’avidità dei giorni il fondo delle loro palpebre cadenti. Prima che fossero del tutto chiuse, sottrasse loro la coscienza della vista, del tempo e del movimento. Ciascuno, seduto solo nella platea di un disastro imminente, nell’ultimo istante vigile della percezione, si sentì punto da un’angoscia profonda, vedendo dinnanzi a sé il sipario chiuso a una rappresentazione di cui non conosceva né titolo né trama. Non sapeva che dietro le tende avrebbe ritrovato il reale che conosceva, e che sarebbe stata invece la poltrona da cui lo avrebbe esperito a ricucirsi facendolo sentire forestiero alla vita.

Con sacchi ricolmi di bulbi estirpati dai cunicoli attraverso i quali arrecano ai viventi il sollievo della vista come possesso analitico del reale, Iris ascese l’atmosfera fumosa. Volò lieve, eludendo la gravità del pianto che ognuno di quei bulbi srotolava dietro di sé come denunciandosi, preferendo l’innocente espiazione di una colpa al menzognero godere di una sovranità fittizia. Quel pianto esondò su tutta la terra la folle corrente del tormento umano, che tornò a fecondarne i frutti del male, condannando ancora la stirpe dei viventi al cancro di un nutrimento di intestino soffocamento e a un soddisfacimento della mancanza che altro non sarebbe stato se non il riciclo di un rigetto rimpianto di supplizio, uno scarto dolorosamente espulso e subito ricondotto, per ammissione volontaria, a vittima della bile nera che lo aveva esiliato.

Iris superò il cielo, e l’effluvio universale dell’inquietudine umana tornò a se stesso.

 

VI

Kalupsite orfica

Io non bevvi. Io scelsi di ricordare. Solo così potei perdonarmi di aver finto di dimenticare. 

Con la mente fui subito alla mia ultima casa, ed è come se le sue mura mi fossero ricresciute attorno. La mia casa aveva una sola finestra: oltre, solo un cortile stanco che ripudiava la luce.  Avevo appeso una spessa tenda rossa: il travaglio di tutte le cose che sono, e che essendo finiscono, entrava nella stanza come un fiume di sangue che disperde nell’eco di una cantilena fiacca tutte le urne che abbracciano nella morsa letale del tempo l’esperibile umano. Tra le pieghe in discesa scoprivo i fossili dei gesti sagomati nell’aria del giorno dalle volontà stremate disperse tra le strade. Da quel varco sempre chiuso potevo respirare tutto il dolore del mondo e intingere le mie dita nei suoi escrementi. Sciolsi la tenda dalla trave per fregiarla della carcassa dei miei ardori larvali, e la luce straripò oltre la finestra. Tenendone con le mani due lembi, mi voltai verso il mio riflesso sullo specchio della porta e gliela adagiai sul volto, con la stessa premurosa compassione con cui si vela un cadavere agli occhi dei vivi. La me riflessa morì succhiando il sangue del mondo dalle labbra della tenda, morì con il dolore di tutte le cose a scavarsi una nuova circolazione sotto la sua  pelle. Morì lavata dal respiro straziato di tutto l’esistente, lasciandosene soffocare.

Nei convulsi ultimi istanti vibratili del mio organismo in preda ai dolori dell’agonia della morte riscelta, sentivo la sua voce urlare dal suo stomaco parole di una felicità inconoscibile: «Nella non vita che hai tanto desiderato sarai così bella che non potrò, ogni mattina, non guardarti svegliarti, morendo ogni giorno». Tra la cavità dell’addome e la canna dell’esofago risuonava quell’ultima parola –  giorno…giorno…giorno… – mentre l’alba entrò dalla finestra liberata.

Quella fu l’ultima volta che aprii gli occhi sulla luce del mattino. E fu tra tutte la più bella, perché non aveva per me alcuna promessa.

Adesso tengo nella mia mano destra il mio volto di abdicante dismesso dell’indegno compito di esperire il reale che gli è stato fabbricato in dono. Quel volto è stanco di tutto ciò che ha visto. Quel volto ha visto la morte e, infine, ha rimpianto la vita. Ma, forse, quel volto non è il mio.

 

Cosa mi insegna la morte non so,

so solo che ho visto la vita che ho perso

tutta in fotogrammi di colore;

ho visto la mia vita e il suo dolore,

solo dopo avervi rinunciato.

È stato triste ma ho imparato

nel mio tempo postumo a soffrire

e sapere dal dolore ricordare il mio passato:

perché anche il dolore, se ben distillato,

diventa canto, e nell’eco si perde.

E rido – sì, rido – perché sono niente

e il niente ritorna, ma torna per sempre.

 

Bio

Anita Loli (Marradi, 1998) è filologa e poetessa. Laureata in lettere classiche, attualmente è laureanda in Filologia Classica presso l’università Alma Mater di Bologna, città in cui vive e lavora.