Fallisci!
Contro l’appropriazione capitalistica del concetto di fallimento
20/03/2025
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#: fallire/ walter benjamin/ yuk hui/ bernard stiegler/ capitalismo
Autore: Christian Nirvana Damato
Il giusto errore. La scienza del fallire bene è un libro scritto da Amy Edmondson, docente di Leadership alla Harvard Business School. Nel 2023 il testo ha vinto il Financial Times and Schroders Business Book of the Year. Ora, sappiamo bene che fallire è umano, molto umano, che si fallisce ancora e si fallirà meglio, come direbbe Samuel Beckett, tuttavia questo caso editoriale lascia emergere una domanda: cosa succede quando il capitalismo si appropria del concetto di fallimento?
Forse siamo passati da una società dell’eccesso, il cui imperativo era Godi, a una società fallita che deve naturalizzarsi, deresponsabilizzarsi e romanticizzare un nuovo imperativo: Fallisci! Questa è in sintesi la riflessione che tenterò di articolare in questo breve testo.
Il capitalismo, che procede incessante attraverso lo sviluppo tecnologico, vampirizzando le risorse della terra, le energie e le dignità, si rimodella costantemente al fine di togliersi la responsabilità di quanto accade e naturalizzare la sua condizione come inevitabile e necessaria. Essendo l’essere umano in corsa contro il tempo delle tecnologie che crea e che lo sovrastano – un divorzio in cui ‹‹la tecnica evolve più velocemente delle culture›› (Stiegler, 1994, p. 26) –, rendendo impossibile ogni configurazione di altri mondi possibili, il risultato è la creazione di una necessità autoassolutoria del sistema che deve in qualche modo riallineare l’umano alla macchina. Questo riallineamento appare sempre più difficile, perché il processo di automatizzazione comporta un distacco sempre più netto tra i limiti cronobiologici degli esseri umani e quelli algoritmici delle macchine.
Cosa può un pandino[1]: porosità, riappropriazione della tecnica e automazione totale
Nel 1926, il sociologo ed economista Alfred Sohn-Rethel, soggiornando a Napoli, scrisse un articolo dal titolo The Ideal of the Broken Down: On the Neapolitan Approach to Things Technical. Il testo riportava come – parafrasandolo – la regola di ogni oggetto tecnologico a Napoli era che fosse rotto, e che era a partire da questa rottura che gli oggetti potevano e iniziavano a funzionare (Sohn-Rethel, 1926). Ad esempio, un’auto in panne veniva aggiustata con un pezzo di legno trovato per strada, un motore di una motocicletta poteva essere usato per montare la panna in una latteria, quello guasto di una barca trasformarsi una macchina per il caffè e così via. Questo utilizzo creativo della tecnologia crea tra essere umano e macchina una condizione di “porosità”, carattere delineato da Benjamin proprio nel suo testo Napoli, scritto con Asja Lacis e frutto di escursioni cittadine a cui partecipava anche lo stesso Sohn-Rethel (Mittelmeier, 2019, p. 29). La porosità, seppur emerge come riflessione a partire dal soggiorno a Napoli, viene concepita come ‹‹la legge di questa vita, inesauribile e tutta da scoprire›› (Benjamin-Lacis, 1923-1927, p. 311)… il tufo è poroso, si lascia attraversare dalla vita e dagli accadimenti, è aperto e ricettivo. Al di là dell’esotico stupore di Sohn-Rethel, l’approccio alla tecnologia che riporta con entusiasmo possiamo trovarlo non solo a Napoli ma un po’ ovunque, nello spazio ma non nel tempo, dato che la possibilità di manovra umana non specializzata dipende dai limiti della complessità di una macchina o di un oggetto tecnologico.
Potremmo dunque interpretare i racconti di Sohn-Rethel come la costruzione intima di un rapporto umano-macchina dove la rivitalizzazione dell’oggetto tecnologico rotto crea il pretesto per una sorta di soggettivazione dell’oggetto che apparirebbe più “vissuto”, creando su di esso un tracciato temporale percepibile dall’essere umano che vi interagisce. Mio zio, ad esempio, quando racconta del suo rapporto con la sua prima macchina, ne parla come se fosse stata la sua migliore amica, amante e confidente. Questa condivisione di vita vissuta viene tracciata e impressa attraverso segni, graffi e usure che rendono l’automobile un corpo ricettivo, percepito come quasi-vivo. Ma non si tratta solo di condivisione: ciò che si instaura è un vero rapporto intimo di cura e manutenzione tra il guidatore (in questo caso mio zio) e la macchina. Questa viene nutrita, pulita, agghindata, lucidata, toccata, esposta. Crash di J. G. Ballard non è in fondo così astratto e avulso dall’essere didascalico. Nasce dunque un rapporto di porosità, compenetrazione e complicità.
Sia nel caso di ri-funzionalizzazione degli oggetti rotti che in quello di cura e responsabilità estrema verso di essi si crea un rapporto stretto di agency e responsabilità umana nel funzionamento degli oggetti stessi: la tecnologia è fallibile e noi possiamo aggiustarla e prendercene cura. Commentando gli esempi di Sohn-Rethel sulla Napoli novecentesca, in Notes on technical normativity, il filosofo cinese Yuk Hui asserisce come la pratica napoletana di riappropriazione anarchica della tecnologia sia oggi sempre più difficile se non impossibile: ‹‹quando le macchine si evolvono in una complessità oltre la comprensione di chi le produce, e in una scala di giganteschi sistemi tecnici, queste forme di saggezza giungono ai loro limiti. Le soluzioni non ingegneristiche non sembrano più funzionare. […] Oggi è difficile pensare di utilizzare un pezzo di legno per accendere il motore di una Volkswagen o di colpire un iPad finché non funziona›› (Hui, 2023, p. 159, tr. mia).
Questo passaggio da una concezione possibilmente anarchica del nostro rapporto con la tecnica a uno stato molto più passivo e inerme è il frutto di un cambio di paradigma che riguarda non solo gli oggetti a uso e consumo, ma più ampiamente l’aumento di complessità stessa dei mezzi di produzione data da smaterializzazione, decentralizzazione e sofisticazione degli stessi. Tutto questo, ovviamente, ha implicazioni enormi.
Come l’automazione ci rende più responsabili e fallibili
Secondo Hui ‹‹La storia della tecnologia è precisamente la storia degli incidenti sia interni che esterni a essa. Gli incidenti prodotti dalla tecnologia sono ciò che le permette di migliorare verso la perfezione›› (Hui, 2023, p. 161, tr. mia). Non si tratta solo di incidenti casuali che provocano inaspettate scoperte o invenzioni collaterali: soprattutto oggi, si tratta di anticipare, programmare e controllare l’incidente o gli errori al fine di mantenere funzionale e stabile un sistema.
Paradossalmente, più aumenta il livello di automazione e più aumenta la responsabilità umana nella manutenzione; l’essere umano, in un ecosistema tecnologico sempre più complesso innervato agli equilibri geopolitici e del mercato, diventa sempre più fallibile, meno agente nel modificare e manipolare ciò che lo circonda e ancora più colpevole dei disastri su scala vasta o planetaria.
La tecnologia oggi progredisce grazie a un sistema capitalistico che fa della sua crisi motivo e necessità di sviluppo e progresso incessante, processo distruttivo che porta a sua volta nuove crisi, creando un loop infinito di fallimenti. L’imperativo del sistema vigente è dunque precisamente il fallimento, coperto da uno sviluppo tecnologico apparentemente perfetto e impenetrabile che ci abbandona alla nostra fallibilità di mortali. In altre parole; la stabilità del sistema è basato su un processo di instabilità interna e costante. Errori o fallimenti, in una logica di questo tipo, sono dunque perfettamente integrati e necessari a una stabilità generale. Questa logica non potrebbe forse permeare anche le nuove narrative capitalistiche sull’individualizzazione del sé?
L’appropriazione capitalistica dell’elogio del fallimento: dall’imperativo godi! al Fallisci!
Siamo abituati al capitalismo stupido che inneggia al successo, all’efficienza, alla competizione e alla realizzazione del sé, al capitalismo dei talenti usciti dal nulla e ai miti di chi si costruisce da solo, a quello che calcola, giudica e trasforma in numeri e graduatorie le nostre performance. Questo capitalismo è stupido in quanto prosegue imperterrito concentrandosi su aspetti sempre più irreali che non tengono conto della complessità sociale del sistema che ha creato. Come critica di questo sistema che introietta nell’individuo l’ansia, il terrore e il divieto di fallire, la cosiddetta tirannia della valutazione (del Rey, 2022), la letteratura, l’arte e la critica da tempo rispondono con elogi poetici e necessari dell’errore e del fallimento, dal già citato Beckett ai glitch di vario tipo.
Se in principio l’essere umano segue l’orologio biologico, con l’esteriorizzazione espansa della tecnica ritroviamo i limiti fisici di un essere umano che non riesce più a seguire la sua creazione: arriva sempre in ritardo, come Epimeteo (Stiegler, 2018), e così fallisce. Fallisce spesso e si sente in colpa.
La buona società ovviamente ci aiuta, con farmaci e palliativi bonus, oppure con utili consigli per vivere meglio. Un esempio: ritorniamo adesso al testo di Edmondson. Nella sinossi presente nella presentazione dei “Best Business Books” del Financial Times leggiamo “We used to think of failure as a problem, to be avoided at all costs. Now, we’re often told that failure is desirable – that we must ‘fail fast, fail often’. The trouble is, neither approach distinguishes the good failures from the bad. As a result, we miss the opportunity to fail well.” Facciamo attenzione alle parole, perché evidenziano precisamente l’appropriazione interpretativa di questo elogio del fallimento: “We used to think of failure as a problem, to be avoided at all costs [qui vediamo un’ammissione di colpe. Il capitalismo, i leader delle aziende, del mercato, coloro che muovono l’economia e chi lavora, ammettono che è ora di cambiare narrazione]. Now, we’re often told that failure is desirable – that we must ‘fail fast, fail often’ [chi lo dice? Vogliono attingere da tutto ciò che prima era critica al capitalismo e alle sue logiche, assorbire il concetto e riadattarlo]. The trouble is, neither approach distinguishes the good failures from the bad. As a result, we miss the opportunity to fail well [qui viene giustificata tale operazione: quegli scellerati parlano di errori e fallimento con intenti improduttivi, poetici, anticapitalistici. Noi vogliamo riadattare questo concetto e renderlo non solo desiderabile, ma un’opportunità]”.
Non si possono contare i banner, i post, le pubblicità, le narrazioni, gli articoli e i libri in cui questa “scienza del fallire bene” viene proposta come asse portante del successo. Il capitalismo si appropria così del concetto di fallimento per costruire un modello di mindset imprenditoriale.
Ritagliato ad hoc per un ampio target, il nuovo imperativo capitalistico del fallimento ricalca e rende desiderabili i suoi effetti più nefasti: un sistema che riproduce soggetti non fallibili, ma falliti in quanto impossibilitati a raggiungere le loro promesse, i loro sogni e i loro desideri, ti dirà che è bello fallire facendoti fallire e tentando di farti rientrare in una dinamica di godimento attraverso il fallimento.
La colpa è subito assolta dalla nuova ingiunzione capitalistica: Fallisci!
L’ingiunzione capitalistica a fallire non è solo una preferenza a cui aderire, ma una necessità, oltre che un augurio pubblicitario costante che accompagna e allieta il soggetto nei suoi probabili e molti fallimenti in un sistema che attraverso il perfezionamento tecnologico si autoriproduce mediante non più il fallimento della macchina ma dell’essere umano stesso. Se la crisi è il motore accelerativo del capitalismo, il fallimento (individuale) è la nuova forza lavoro di quest’ultimo. Fallisci! Godi del fatto che ogni tuo fallimento concorrerà a una crescita personale e futura, accetta con un gran sorriso che dopo il fallimento dovrai lavorare il doppio per farcela. Accetta che se non sei nato ricco l’ombra del fallimento dietro la parete sarà dura da eliminare – anche in forma di fantasma ansiogeno, salvo trasformarsi in vampiri (capitalisti e padroni) che non proiettano più ombre ma fasci di luce.
In una società non più basata sulla repressione ma sulla permissività, per il capitalismo l’imperativo “Godi!” diventa inutile e sempre più problematico per diversi aspetti. Il capitale e la tecnologia devono risintonizzarsi con gli individui, catturarne i nuovi malumori e risputarli come condizioni naturali e desiderabili del vivere e andare avanti.
Meme via Reddit
Basta elogi
A questo punto, ad appropriazione ormai in atto, dobbiamo dire che il fallimento non è quello che stanno risemantizzando. Non esiste un business del fallimento o una sua desiderabilità.
Oggi, almeno per quanto riguarda le ultime generazioni a partire dalla mia, nessuno vuole sentirsi dire “sacrificati” e nemmeno “godi”; forse vogliamo solo qualcuno che ci dica “fallisci pure”. Ma perché lo vogliamo? È giusto e normale fallire, ma è sbagliato un sistema che riproduce fallimenti obbligati e potenzialmente incessanti. L’elogio al fallimento è utile come conforto, è poetico nella sua misura improduttiva. Nella nevrosi psichica di un sistema fallito che ti porta a fallire, mettendoti sgambetti e tirandoti calci in faccia, lasciandoti ai limiti della sopravvivenza e privandoti di ogni sogno e promessa, il fallimento non ha niente di romantico. Non servono nuovi miti narcotici. Nessuno vuole davvero fallire. Fallire fa schifo!
Non imparare nulla
Nell’appropriazione capitalistica del concetto di fallimento, l’errore in quanto anomalia priva di soluzione non è preso in considerazione. Fallire va bene solo se è utile a farti correre di più. Fallire è buono se poi cresci e produci di più. Se ti fermi davvero, sei fuori. Fallisci bene o levati dal cazzo.
Ma il fallire male, senza crescita né scopo, prima o poi accade ed è un piccolo/grande lutto radicale[2]: se compreso in quanto tale, ovvero in quanto privo di soluzione, insensato, in quanto farsa dell’ego, allora questa consapevolezza può catalizzarsi in un da farsi. Tutto può cominciare, non tanto perché abbiamo “imparato qualcosa” dalla sconfitta, ma perché ci rendiamo conto che non abbiamo imparato proprio nulla.
Meme creato dall'autore
Note
[1] Il termine “pandino” si riferisce alla piccola Fiat Panda 4×4, un modello storico ed emblematico per il discorso elaborato nel paragrafo, in quanto si tratta di una macchina proletaria, non borghese (la usava mio nonno pescivendolo), che ha attraversato proprio quel periodo storico e quella classe sociale dedita alle riparazioni fai-da-te più creative.
[2] Abbracciare un’idea di fallimento radicale può risultare, benché controintuitivo, un approccio emancipativo. In funzione di una proposta di questo tipo, si veda J. Reshe, Negative Psychoanalysis for the living dead. Philosophical Pessimism and the Death Drive, Palgrave Macmillar, Cham.
Bibliografia
Ballard J. G., Crash, 2015, Feltrinelli Editore, Milano.
Benjamin-Lacis, Napoli, in Benjamin W., Opere complete. Scritti 1923-1927, Einaudi, Torino.
del Rey A. La tirannia della valutazione, 2018, Elèuthera, Milano.
Edmondson A., Il giusto errore. La scienza del fallire bene, 2024, Egea, Milano.
Hui Y., Notes on technical normativity, in Technological accidents, Accidental Technologies, 2023, Brouwer J. and van Tuinen S. (eds.), V2_Publishing, Rotterdam.
Mittelmeier M., Adorno a Napoli. Un capitolo sconosciuto della filosofia europea, 2019, Feltrinelli, Milano.
Reshe J., Negative Psychoanalysis for the living dead. Philosophical Pessimism and the Death Drive, 2023, Palgrave Macmillar, Cham.
Sohn-Rethel A. (1926), Das Ideal des Kaputten: Über neapolitanische Technik, in Das Ideal des Kaputten, 2018, ça ira- Verlag, Freiburg.
Stiegler B., (1994) Tecnica e Tempo – 1. La colpa di Epimeteo, 2023, Luiss University Press, Roma.
Bio
Christian Nirvana Damato è uno scrittore, curatore e ricercatore indipendente che si occupa di filosofia, tecnologia e cultura visuale. Insegna Media theory allo IED di Torino e porta avanti diversi workshop di editoria e scrittura. Partecipa come relatore presso seminari e talk in vari festival, spazi indipendenti, istituzioni culturali e università. Scrive e collabora con varie riviste e case editrici. È fondatore e curatore editoriale di Inactual Magazine e Inactual Studio. Ha pubblicato Manifesto della Moltiplicazione degli Organi. Corpo, identità, tecnologia e desiderio, (Aliberti, 2024; tr. eng Becoming Press, 2025, prefazione di Vincenzo Estremo, postfazione di Franco “Bifo” Berardi) e curato Medial Disorders. Interpretive and Non-statistical Compendium of Technological Disorders. Vol I (Inactual, 2024).
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