*Questo articolo è un estratto da Dell’autodistruzione (2025) di Irmgard Hemmelhainz. edito da Krisis Publishing, che ringraziamo per la concessione.

 

La storia della civiltà moderna è fondata sul principio dell’espansione infinita della potenza maschile sulle donne e sulla natura. La modernità è stata edificata su una concezione completamente aggressiva e maschile del potere, intesa come capacità umana di modellare e sottomettere la natura, il corpo delle donne, i territori e le loro popolazioni originarie. Ciò che ne consegue è che alla base del capitalismo via sia il disprezzo per la vita, e al suo orizzonte la produzione di plusvalore e consumo. La vita stessa esiste per essere espoliata, distrutta, consumata o spesa in nome dell’infinita espansione del capitale. Paradossalmente, il capitalismo è legato all’idea che gli esseri umani possano superare i loro limiti biologici attraverso i progressi tecnologici, aspirando così a trionfare su morte, decadenza ed entropia fino a negarne l’esistenza. Nel capitalismo, l’autoaffermazione e l’autodistruzione sono due facce della stessa medaglia: il progresso, la potenza maschile e la negazione della morte attraverso l’appropriazione della vita – per assorbirla nel mercato e assoggettarla alla crescita economica – sono tutti aspetti interconnessi. Allo stadio attuale della modernità, il neoliberismo globalizzato, i sistemi per l’organizzazione della vita di una porzione della popolazione globale vengano sfruttati come macchine per produrre capitale (Tadiar, 2022). Ciò porta alla coesistenza di enclavi urbane privilegiate, paesaggi desolati di mondi perduti e devastazione ambientale. Questa incolmabile distanza tra privilegio e indigenza è il risultato del rifiuto di riconoscere la nostra responsabilità, in quanto esseri umani, di prenderci cura della relazione con altri esseri umani, con il nostro ambiente, con il non-umano. È anche il risultato della necessità di creare delle popolazioni ridondanti affinché il sistema possa prosperare, estraendo “vita” e “risorse viventi” da popolazioni segnate da razzismo ed eterosessismo.

La nostra sembra essere l’epoca della fine dell’uomo, la fine dell’Occidente. Per Tadiar, la possibilità di una comunità politica in una civiltà globale è crollata perché i suoi “altri” costitutivi non si sentono più parte di un progetto di libertà e uguaglianza; le popolazioni delle ex colonie, ora ridondanti, stanno rifiutando gli ideali umanistici e democratici dell’Occidente e ripudiando il liberalismo. La soggettivazione estetico-politica ha preso la via della vittimizzazione e del desiderio individualista di essere visti, portando a una polarizzazione estrema e all’odio etnico. Allo stesso tempo, mentre ci troviamo costantemente intrappolati in cicli di violenza di ogni tipo, stiamo iniziando a capire che l’agentività umana sul pianeta è una fantasia che non regge più.

Il passaggio del tempo si materializza in fluttuazioni impercettibili che non sono dovute a cambiamenti organici, ma alla devastazione coloniale, allo sviluppo industriale, alla costruzione di autostrade e strade, al prosciugamento di fiumi e laghi, alla deforestazione e a cinque secoli di estrattivismo. Queste fluttuazioni si manifestano anche nei nostri corpi attraverso epidemie di ansia, attacchi di panico, ansia, malattie autoimmuni e disturbi infiammatori.

Per riassumere, il “Progresso” significa un mondo in modalità autodistruzione e caos, che apre la via alla disintegrazione dell’ordine geopolitico egemonico emerso da cinque secoli di colonizzazione ed estrazione occidentale. La nostra è un’epoca in cui siamo costretti a fare i conti con le conseguenze della modernità e del colonialismo: suicidio ambientale e militare, impoverimento della vita sociale, devastazione della mente e del corpo della società. Secondo Franco Berardi, la tecnologia si è appropriata della potenza penetrativa maschile che ha fondato la modernità, portando a un pervasivo senso di apocalisse e nichilismo, impotenza e autodistruzione. L’arte, il cinema e la letteratura riflettono questo sensorium di violenza e disperazione modellato dall’espansione infinita della potenza maschile. Come vedremo, dal punto di vista della potenza maschile, l’annientamento (di sé) è il destino apparente del mondo modernizzato.

 

Il sensorium della violenza e la sua stratificazione estetica

 

Siamo andati in una casa fuori città. Erano scappati tutti.

A parte un ragazzino nascosto in un angolo. Uno degli altri  l’ha trascinato fuori.

L’ha sdraiato a terra e gli ha sparato tra le gambe. Ho sentito degli urli dalla cantina. Sono sceso. Tre uomini e quattro donne. Ho chiamato gli altri. Mi tenevano fermi gli uomini mentre mi scopavo le donne.

La più giovane aveva dodici anni. Non ha pianto, stava lì. L’ho girata e –

Allora sì che ha pianto. Mi son fatto pulire con la lingua. Ho chiuso gli occhi e ho pensato a –

Ho sparato in bocca al padre. I fratelli gridavano. Li ho attaccati al soffitto per i coglioni (Kane, 2000, p. 41).

 

Questa citazione è un frammento della pièce teatrale Dannati [in inglese Blasted, N.d.T.] di Sarah Kane, messa in scena per la prima volta a Londra nel 1995. Ambientata in un hotel nel mezzo di una guerra brutale, la pièce mette in mostra la misoginia, il razzismo e l’omofobia di un giornalista, Ian, contro una giovane donna, Cate. Nel secondo atto, una bomba apre un buco nella parete della stanza, e un soldato arriva per raccontare a Ian le atrocità che ha vissuto: stupri, torture e genocidi (il testo appena citato è un frammento del loro dialogo). Poi, il soldato stupra Ian e gli succhia gli occhi; nel terzo atto, Cate salva un bambino da una città invasa dai soldati, il bambino muore, lei lo seppellisce in una buca, Ian mangia il bambino… In Dannati, ogni scena è più brutale e raccapricciante della precedente. Quando fu rappresentata per la prima volta, Sarah Kane fu criticata negativamente per il modo in cui rappresentava la guerra in Jugoslavia.

Il sensorium della guerra e della disperazione che troviamo in Blasted trova risonanza nel racconto delle guerre e delle distruzioni portato avanti a partire dagli anni Novanta da mass media, film, opere d’arte e letteratura, e ha inaugurato il XXI secolo (penso ad esempio alla rappresentazione dei danni collaterali della globalizzazione messa in scena nella Documenta 11 di Okwui Enwezor, nel 2002).

All’inizio del 2022, il sensorium della violenza si è materializzato nella sfilata di Balenciaga alla Paris Fashion Week, progettata da Santiago Sierra. Gli ospiti hanno ricevuto un invito alla sfilata sotto forma di un iPhone S con lo schermo rotto. Le informazioni sulla sfilata erano stampate sul retro dei telefoni, che gli ospiti dovevano mostrare all’ingresso. Per la scenografia, Santiago Sierra ha usato 275 metri cubi di fango per allestire un paesaggio post-apocalittico, distopico, fatto di melma e catrame, che il curatore Klaus Biesenbach ha definito “UN SEGNO DEI TEMPI”, accompagnato dalla stereotipata affermazione politica: “Fate l’amore, non la guerra”.

È difficile interpretare il gesto di Sierra come un’affermazione politica. Piuttosto, sembra riflettere quella confusione ideologica dei nostri tempi che è tipica del campo di battaglia, dove conta solo la sopravvivenza: cosa pensare del fatto che Kanye West, famoso sostenitore di Trump, fosse uno dei modelli della sfilata? Anche Bella Hadid e altre modelle sono apparse con un trucco che le faceva sembrare “livide e picchiate”. 

La sfilata di Balenciaga messa in scena da Santiago Sierra come se fosse una zona di guerra, potrebbe benissimo fare da scenografia a Blasted di Sarah Kane, o a una rappresentazione teatrale analoga ambientata nell’Ucraina contemporanea.

Qual è la posta in gioco di questa trasposizione contemporanea del sensorium della violenza nel regno dell’alta moda?

A partire dalla fine degli anni Novanta, il lavoro di Santiago Sierra ha cinicamente costretto il pubblico a vedere ciò che le strutture capitaliste e coloniali rendono invisibile: lo sfruttamento del lavoro, la precarietà e l’invisibilità degli immigrati e delle alterità razzializzate, mettendo in evidenza le condizioni in cui sopravvivono persone considerate superflue e scarti del capitalismo globale, la cui vita non è valutata come “umana” (Tadiar, 2022).

Potremmo interpretare la passerella di Sierra per Balenciaga come un ritorno all’idea avanguardistica e trasgressiva della “glorificazione della guerra” che è alla base del Manifesto Futurista di Tommaso Marinetti: una celebrazione del militarismo, del patriottismo, del gesto distruttivo dei portatori di libertà, di tutte le belle idee per cui vale la pena morire e del disprezzo per la donna (Nelson, 2021).

La sfilata di Sierra per Balenciaga, tuttavia, non ha a che fare con ideali, valori e nazioni per cui combattere e morire. Piuttosto, richiama il modo in cui, nel campo della moda – dove celebrità e merce sono diventate una sola cosa – il sensorium della violenza e dell’aggressività messo in scena sulla passerella si collega a una consapevolezza della morte nella logica capitalista dell’accumulazione, diventata oggetto di godimento estetico.

Nel capitalismo, da un lato, l’accumulazione della capacità di sopprimere è legata alla forza, al potere e all’immortalità. Uccidere protegge dalla morte chi uccide; quindi la guerra è un modo di accumulare capacità di sopravvivenza – più capitale significa meno morte. La minaccia della morte (della decadenza e dell’entropia), è in realtà ciò che stimola la compulsione ad accumulare ricchezza e ad aumentare la crescita economica sin dall’inizio. Questo significa che nello stadio attuale della nostra civiltà moderna, autoaffermazione e autodistruzione sono due facce della stessa medaglia.

 

Bibliografia

Tadiar N.X.M., Remaindered Life, Duke University Press, Durahm, CN 2022.

Kane S., Tutto il teatro, Einaudi, Torino 2000.

Nelson M., Sulla libertà: un canto d’amore e di rinuncia, Il Saggiatore, Milano 2021.

 

Bio

Irmgard Emmelhainz è una traduttrice, scrittrice e ricercatrice indipendente con sede a Città del Messico. Nella sua ricerca gli studi sul cinema, l’arte e la cultura visiva sono il punto di partenza per affrontare alcune delle emergenze del contemporaneo, come la questione palestinese, la primavera araba e l’instabilità economica e politica del conteninente americano. Ha presentato il suo lavoro in numerose sedi internazionali, e ha pubblicato The Tyranny of Common Sense: Mexico’s Neoliberal Conversion (SUNY Press, 2016), The Sky is Incomplete: Travel Chronicles in Palestine (Taurus Mexico, 2017) e Jean-Luc Godard’s Political Filmmaking (Palgrave Macmillan, 2019).