Chi ha lasciato un Labubu sulla tomba di Marx?
Su post-ironia, jouissance e cagare scrollando
*Questo articolo è un contributo estratto da Medial Disorders. Interpretive and Non-statistical Compendium of Technological Disorders Vol II (Inactual 2025).
C’è stata una cosa che mi ha fatto sorridere di recente: la notizia che uno di quei pupazzetti inquietanti — i Labubu, ideati dal designer Kasing Lung e distribuiti dalla catena cinese PopMart — sia stato lasciato in dono sulla tomba di Karl Marx a Londra. Un gesto che è ben radicato in questo tempo, più di una semplice ironia. È un segnale di come si è risolto lo scontro tra le vecchie identità — costruite sulla base di utopie politiche e forme di aggregazione sociali — e le nuove soggettività compatibili con gli intenti del capitalismo.
La post-ironia del gesto è il linguaggio fondativo di un’intera generazione. È disarmante, nel senso che spegne e soffoca ogni tentativo di resistenza al potere oppressivo, ma lo accetta e riunisce con la struttura dominante. Mark Fisher, in un saggio ormai letto da chiunque abbia più di 18 anni e meno di 45 (Realismo Capitalista, 2009), afferma come l’asse portante del capitalismo è la capacità di renderci incapaci di immaginare un’alternativa plausibile al capitalismo stesso, cioè di fagocitare ogni rifiuto e riunirlo con il sistema dominante. Il Labubu sorride di gusto, un gusto dell’orrido, davanti a tutto ciò che una volta veniva preso sul serio.
Cos’è se non piacere morboso quello che proviamo a inviarci a vicenda meme in cui ci commiseriamo e ci rappresentiamo come degni di commiserazione, sollevati dalla consapevolezza di sentirci esattamente come tutti gli altri? Senza forze. Perché godiamo così? E perché tutti allo stesso modo?
Più che una distrazione, è un meccanismo di difesa. Partiamo da qui. Se non ci fosse niente da cui distrarsi, non ci sarebbe niente di cui godere. Alfie Bown, in Capitalismo e Candy Crush (2019), identifica il godimento, la perenne ricerca di svago, come antidoto all’alienazione, concetto elaborato per la prima volta da Marx stesso 150 anni fa e ancora un caposaldo della letteratura critica.
Il godimento, o jouissance secondo Lacan, è un processo, oltre che un preciso momento, sulla base del quale strutturiamo il nostro io. Godere giocando a Candy Crush, come fa mia madre, o scrollando i reel di Instagram, come faccio io, è una pratica di costruzione, non meno importante di decidere cosa indossare o per chi votare. Come scrive Slavoj Žižek (1997), il godimento è esattamente ciò che ci tiene all’interno del sistema.
Spacchettare Labubu, scrollare apaticamente, giocare a Candy Crush, empatizzare con il profilo Affirmations – Global Self Hypnosis tradisce la consapevolezza del dolore legato al godimento. È proprio l’incapacità di cogliere la realtà nella sua interezza — e la conseguente iperstimolazione di cui soffriamo, dovuta alla frammentazione e al flusso incontrollato di stimoli — a renderci gioiosi. O meglio, a spingerci alla ricerca di un piacere distraente o di un dolore al quale siamo anestetizzati.
Quando siamo a lezione (o a lavoro, al cinema, in ospedale, in piazza a protestare) la scrollata al feed non è che un impulso corporeo soddisfatto all’istante, nè più nè meno che memoria muscolare. La distrazione è il modo in cui facciamo i conti con la realtà, un aspetto fondante del nostro stile di vita e non una distrazione da questo. Se non mi portassi il cellulare in bagno probabilmente troverei scomodo o noioso l’atto puro e semplice di cagare. Se non fosse per il cellulare, non saprei cosa fare con le mie mani, il mio tempo, il mio corpo quando mi annoio, quando mi sento fuori posto, quando non conosco nessuno, o viaggio in treno, o semplicemente mangio da sola.
L’assenza di tempo, spazio e silenzio che comporta la sottoposizione sistematica a una distrazione che non distrae, ma che è il focus, la normalità con cui fare i conti, è alienazione costante da cui è impossibile scappare. La ricerca della soddisfazione istantanea è sintomo e causa della maniera in cui interagiamo con la macchina e tra di noi.
Le bamboline Labubu sono solo un esempio del modo in cui facciamo i conti con l’alienazione. Il rilascio di dopamina dovuto al gesto dello spacchettamento, la soddisfazione del possesso materiale, la morbosa tenacia collezionistica unita alla consapevolezza che presto non significherà niente, che comunque vada ogni Labubu dal prezzo astronomico è destinato a diventare spazzatura, restituiscono tutti gli elementi della nostra cultura dove il senso è ricercare piacere finché non ne siamo stremati.
Quel godimento doloroso, il nucleo attorno al quale si costruisce questa patologica ricerca del sé, non può essere scorporato dalle modalità in cui avviene, che sono un tutt’uno con le richieste schizofreniche, le storture di un sistema costituito e che ci sentiamo impossibilitati a trasgredire. Siamo consapevoli che la soddisfazione deriva da qualcosa che non dovrebbe darcela — cacare scrollando o comprare orde di pupazzetti terrificanti dopo aver ingurgitato infiniti video “OOTD” — e che comunque ci soddisfa. Il momento di godimento è inspiegabile, fortissimo, puramente animale. È un rituale a cui non possiamo, vogliamo o riusciamo a rinunciare. È il senso stesso del piacere. Ed è l’ideologia, piuttosto che il piacere, a essere lo strumento di senso: cioè l’elemento stabile a cui possiamo aggrapparci nella perenne costruzione di noi stessi.
Il nostro godimento ci struttura, anziché riflettere una qualche “vera natura”. Non c’è nulla di naturale all’interno di identità prodotte, che possono sempre essere sostituite e influenzate dalle scelte che facciamo. Necessariamente e dolorosamente precarie.
Il godimento è ottenuto attraverso «la totale adesione ai principi e alle priorità capitalistiche» (Bown, 2019, pp.194-196). Siamo premiati — godiamo — quando rispondiamo agli input dell’algoritmo che abbiamo allenato affinché sappia esattamente cosa proporci per farci godere ancora e ancora. Non è una perdita dell’individualità, piuttosto l’abbandono dell’idea illusoria per cui siamo gli unici a costruirla.
Gli algoritmi che controllano i media che consumiamo e gli strumenti che utilizziamo hanno ora il monopolio di questo piacere. Cioè, la capacità di costruirlo in base alle informazioni che noi stessi gli forniamo — consapevolmente o meno — quotidianamente. È l’algoritmo l’appendice indispensabile del nostro io: la versione estremizzata delle nostre preferenze, un amico che sa sempre come tirarci su di morale. Non si occupa solo di ricercare piacere al nostro posto, ma modifica la nostra quotidianità, dettando anche il modo in cui questo piacere viene esaurito. Non è solo il tempo speso mano nella mano con l’algoritmo, ma il modo in cui l’intelligenza predittiva opera, determinando le nostre scelte di consumo.
Il nostro godimento non è unico né univoco, perché noi non siamo unici; al contrario, siamo definiti dalle regole del godimento stesso, dalla nostra capacità di destreggiarci al loro interno senza impazzire troppo. È il gioco che fa i giocatori, in questo caso.
Bibliografia:
Bown, A. (2019), Capitalismo e Candy Crush, Einaudi, Torino.
Fisher, M. (2009), Capitalist Realism: Is There No Alternative?, Zero Books, Winchester.
Han, B. (2020), La società della stanchezza, Nottetempo, Milano.
Žižek, S. (1997), Enjoy Your Symptom!, Routledge, London.
Sitografia:
Fabbri, R. (2023), ‘Il fenomeno Labubu’, Vice. Disponibile su: https://www.vice.com/it/article/5d9yxd/il-fenomeno-labubu (Accesso: 26 settembre 2025).
Sgorbissa, V. (2023), ‘Labubu e la cultura del collezionismo’, Wired Italia. Disponibile su: https://www.wired.it/play/tecnologia/2023/07/15/labubu-culture-collecting/ (Accesso: 26 settembre 2025).
BIO:
Giovanna Di Pietro (Napoli, 2000) è una scrittrice freelance e artista multimediale. Dopo aver vissuto tra Europa e America Latina, intreccia giornalismo, arti visive e fotografia per indagare l’individualità frammentata e le relazioni con l’altro.