Laboratorio Palestina
Come Israele esporta la tecnologia dell'occupazione in tutto il mondo
*Questo articolo è un estratto da Laboratorio Palestina. Come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto il mondo (2024) di Antony Loewenstein, edito da Fazi Editore, che ringraziamo per la concessione.
Israele aveva prodotti che il mondo desiderava. La sua industria degli armamenti aveva abbracciato totalmente il settore della sicurezza interna, ricavando miliardi di dollari dalla vendita di missili, droni e dispositivi di sorveglianza. Il messaggio era chiaro: «Noi combattiamo una guerra contro il terrorismo sin dalla nostra nascita. Vi mostreremo come si fa». Dopo la crisi finanziaria globale del 2008, la resilienza di Israele di fronte al collasso economico si è tradotta in una narrazione di straordinaria autodeterminazione. Un discorso che è stato riassunto al meglio in un libro del 2009 pubblicato dal Council on Foreign Relations e intitolato Start-Up Nation: The Story of Israel’s Economic Miracle*, scritto da Dan Senor, ex consigliere per l’occupazione americana in Iraq, insieme al cognato Saul Singer, ex responsabile della pagina degli editoriali del «Jerusalem Post». […] In un’intervista del 2014, Singer ampliò la tesi del libro, spiegando che Israele, come Stato, era di per sé una start up: […] In innumerevoli interviste concesse nel corso degli anni, Singer e Senor si sono dilungati a parlare di “innovazione” ma senza mai approfondire che cosa venisse in realtà sviluppato e fosse capace di produrre i massimi profitti: società della difesa il cui obiettivo primario era monetizzare l’occupazione e vendere a un mercato globale l’esperienza maturata controllando un altro popolo.
[…] Questo modo di ragionare ha portato a oltre un decennio di politiche di Netanyahu tese a fare di Israele uno dei principali sviluppatori mondiali di nuove tecnologie, in particolare nei settori delle armi, della sorveglianza e degli strumenti cibernetici. Sia il governo israeliano sia le società private del paese hanno promosso i loro prodotti in quanto testati efficacemente sul campo di battaglia contro i palestinesi.
Per esempio, la tecnologia israeliana è stata venduta come la soluzione per le popolazioni indesiderate alla frontiera tra Stati Uniti e Messico, dove la società israeliana Elbit ha ricoperto un ruolo di primo piano nel respingimento dei migranti. Anche i governi europei volevano monitorare i rifugiati e a tal fine hanno fatto ricorso a droni fabbricati dalle Israel Aerospace Industries (IAI).
[…] Più di vent’anni dopo l’11 settembre 2001, la scommessa di Israele è stata ripagata da un crescente interesse globale per i suoi settori della difesa e della sorveglianza. Nel 2020 il paese ha speso 22 miliardi di dollari per il proprio esercito ed è stato il dodicesimo maggior produttore di forniture militari al mondo, con vendite per oltre 345 milioni di dollari.
[…] La guerra al terrorismo seguita all’Undici Settembre ha rafforzato la pratica ultradecennale di Israele di aiutare altri Stati a combattere le loro battaglie contro popolazioni indesiderate. Ciò è stato fatto con meno imbarazzo perché adesso l’unica superpotenza mondiale rimasta fa esattamente la stessa cosa, a prescindere che sia guidata da un presidente democratico o repubblicano.
Nell’ottobre 2021 il suo ministro della Difesa, Benny Gantz, si è recato a Singapore per alcuni incontri riguardanti la vendita di armi. Il governo ha cercato di impedire alla stampa israeliana di riferire sul viaggio, più preoccupato delle apparenze che di interrompere i traffici. Singapore è uno Stato monopartitico che non permette la libertà di parola. Nel 2019 Gantz aveva detto che Israele non avrebbe dovuto vendere armi a «regimi che si macchiano di genocidio. È una nazione morale e un paese morale, e dobbiamo comportarci così nei rapporti internazionali». Singapore non ha ucciso milioni di persone, ma non è certo una democrazia modello.
Appoggiare i despoti è un atteggiamento bipartisan in Israele. Il vicepresidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Nguema Obiang Mangue, ha visitato Israele nel luglio 2021 e ha incontrato il governo Bennett. Suo padre, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, è il dittatore da più anni al potere in tutto il mondo e governa il paese con brutalità dal 1979. Suo figlio è il successore designato. Durante il soggiorno in Israele ha acquistato droni suicidi da fornitori israeliani e ha ricevuto l’onore di far visita allo Yad Vashem.
La capacità di monetizzare l’occupazione ha avuto un’impennata dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001. Ma il messaggio spacciato alle nazioni interessate di tutto il mondo non si limitava all’idea di combattere il terrorismo, distruggendone la base. Secondo il sociologo scozzese ed esperto di studi sulla sorveglianza David Lyon, è stata proposta un’immagine totalmente rivista di come sarebbero state le società del XXI secolo. L’enorme crescita dell’industria della sicurezza interna aveva dimostrato che la sorveglianza era
fuoriuscita dai vecchi contenitori degli Stati-nazione per diventare un aspetto della vita quotidiana, sui luoghi di lavoro, a casa, durante le attività ricreative e negli spostamenti. Lontanissime dall’occhio del Grande Fratello che vede tutto, oggi miriadi di agenzie tracciano e monitorano attività ordinarie per una pletora di obiettivi. Dati astratti, che adesso includono sequenze video, biometriche e genetiche così come fascicoli amministrativi digitalizzati, vengono manipolati per produrre profili e categorie di rischio in un sistema liquido e distribuito in rete. Il punto è pianificare, predire e prevenire, classificando e valutando questi profili e rischi.
Era risaputo che Israele fosse all’avanguardia in queste materie già molto prima dell’Undici Settembre, ma quegli attentati hanno contribuito a vendere il suo know-how in tutto il mondo. Per esempio, tanto le Olimpiadi di Atene del 2004 quanto quelle di Pechino del 2008 fecero ricorso ad aziende israeliane per garantire la sicurezza degli eventi, perché Israele si era qualificato come uno dei migliori e più affidabili fornitori di tecniche di gestione delle folle, sale di comando e controllo e sicurezza urbana. Oltre alla protezione degli impianti nucleari, la sicurezza aeroportuale e l’ordine pubblico, alcune delle molte altre aree dove la sorveglianza e i rigidi controlli di sicurezza erano considerati essenziali, le competenze o i dispositivi israeliani erano la risposta abituale a pressoché ogni problema di sicurezza.
Nei decenni successivi all’Undici Settembre, di rado sui media mainstream è stata sollevata la domanda su come e da chi venisse definito il terrorismo.
[…] L’accademico israeliano Neve Gordon, che insegna Diritto internazionale e Diritti umani alla Queen Mary University di Londra, ha una spiegazione più dettagliata del perché Israele eserciti un grande richiamo. Gordon ha lasciato il paese insieme alla compagna alcuni anni dopo aver pubblicato un articolo sul «Los Angeles Times», nel 2009, nel quale accusava Israele di essere uno Stato in regime di apartheid che meritava di essere boicottato. In uno studio sul boom del settore israeliano della sicurezza interna, uscito lo stesso anno, identificava inoltre Israele come una presunta democrazia che si spaccia per un baluardo della libertà (per gli ebrei). Gordon sosteneva che «l’esperienza israeliana della lotta al terrorismo è attraente non solo perché gli israeliani riescono a uccidere i “terroristi” (la visione del mondo militarista), ma anche perché uccidere i terroristi non va necessariamente contro gli obiettivi economici neoliberisti, ma in realtà li favorisce».
Era inevitabile che l’occupazione israeliana diventasse sempre più privatizzata. Poiché il mantenimento dell’infrastruttura su cui si regge l’occupazione vede impegnate moltissime società, queste aziende hanno trovato modi innovativi di vendere i loro servizi allo Stato e di testare le tecnologie più recenti sui palestinesi per poi promuoverle in tutto il mondo. Israele ha abbracciato il neoliberismo dalla metà degli anni Ottanta, poi negli anni Novanta è accelerata la privatizzazione delle maggiori aziende di proprietà statale. Ma pur essendo sempre più in mani private, le industrie della difesa continuano ad agire come un’estensione dell’agenda di politica estera di Israele, sostenendone gli obiettivi e l’ideologia dell’occupazione.