Ad oggi abbiamo mappato soltanto il 23% dei fondali marini terrestri, eppure stiamo impiegando sforzi notevoli nell’esplorazione di Marte. Possediamo mappe iper-dettagliate di Marte o della Luna, mentre una vasta parte dei nostri oceani rimane ancora inesplorata. Questa tensione, più che riferirsi agli oceani o a Marte in sé, rivela un fenomeno più ampio in cui ci troviamo coinvolti. Ci parla della nostra brama di espansione, di ciò che chiamiamo “progresso” sotto una logica capitalistica di accumulazione infinita e dominio geopolitico, nonché delle pratiche che adottiamo per costruire futuri cosmici idealizzati con i nostri instabili strumenti terrestri. 

Un’ossessione per ciò che è remoto e, più di ogni altra cosa, per tutti i modi possibili per accorciare la sua distanza. Nella ricerca e nell’esplorazione spaziale stiamo oggi assistendo a una sorta di spostamento di magnitudine, un’alterazione della sua scala in seguito all’introduzione di remote sensing technologies sempre più avanzate. Dalla nozione seicentesca di uno Spazio (Outer Space) immenso, indefinito e opaco, stiamo ora plasmando il concetto di un Luogo (Outer Place) localizzato e radicato, che ci parla più in termini di un “qui” che di un “lì”. Tutto viene avvicinato e messo in relazione al piano dell’esperienza umana.

Nel suo libro The Cosmic Zoom, il teorico critico dei media e designer Zachary Horton – prendendo in esame il concetto di scala[1] – parla di “umanesimo pan-scalare” (pan-scalar humanism), affermando che «è una tradizione che doma l’alterità delle diverse scale relativizzandola, legando le scale non familiari a quelle familiari dell’umano. Essa è sorta da una nozione illuministica del valore assoluto, dell’autonomia e della centralità del soggetto umano che, a priori, colora tutti i potenziali incontri trans-scalari. […] L’umano diventa così una tecnica scalare di assimilazione e colonizzazione applicabile, in teoria, a tutte le scale della realtà» (2021, p. 3, tr. mia).

E così la nostra volontà di studiare e comprendere il remoto porta inevitabilmente anche a piegare e alterare le stesse scale che analizza. Ciò che viene osservato è influenzato da chi lo osserva. La vastità dell’universo viene compressa in uno spazio bidimensionale delimitato che chiamiamo mappe; se Marte per lungo tempo ha assunto le sembianze di una sfera con una superficie indefinita e sfocata, oggi è diventato un insieme denso di informazioni materiali specifiche e localizzate, letteralmente informazioni sulla composizione chimica del suo suolo, osservato a distanza ravvicinata dalle telecamere dei rover [Fig. 1].

 

Immagine scattata dalla SuperCam di Perseverance rover. Courtesy: Nasa JPL.

 

Non una ma molteplici Terre simultaneamente

I modi in cui immaginiamo il nostro pianeta attraverso concetti, teorie, formule, grafici, libri, dipinti, mappe, fotografie, video, modelli architettonici e simulazioni hanno da sempre influenzato reciprocamente anche le concezioni stesse su cui strutturiamo la nostra società. Nel contesto contemporaneo caratterizzato da quella che è definibile come crisi dell’immaginazione planetaria, risulta fondamentale domandarsi in che modo viene costruito l’immaginario dello Spazio, analogamente e in stretta correlazione a quello Terrestre. Com’è possibile che le pratiche di world-knowing adottate da istituzioni pubbliche e private nell’ambito della ricerca spaziale arrivino a manifestarsi in comportamenti di world-making e persino place-making? A creare luoghi? E soprattutto, attraverso quali strumenti, sia ideologici che tecnologici lo fanno? Per servire quali scopi?

Il duo artistico Geocinema (2019), in una conversazione con il teorico dei media Jussi Parikka, parlando della nostra percezione sensoriale frammentata della Terra afferma che «non esiste una Terra. La Terra esiste come molteplice, sempre composta e frammentaria, fabbricata e cucita insieme in un montaggio del globo. Diretta dai suoi metadati, le rappresentazioni della Terra sono il risultato di un processo di montaggio decentralizzato» (Geocinema in conversation with Jussi Parikka, 2019).Quando pensiamo alla Terra, spesso tendiamo a immaginarla come un’entità integrale, il tanto discusso Blue Marble[2]. Tale integrità è nulla di più che il risultato delle nostre narrazioni, è il prodotto dei nostri processi di progettazione.

Analogamente, nel suo libro Introduction to Comparative Planetology, il filosofo Lukáš Likavčan (2019) compie un’analisi interessante delle concettualizzazioni figurative del nostro pianeta, differenziandole in the Globe, the Terrestrial e the Planetary. Quest’ultima punta a superare le frizioni teoriche, politiche ed ecologiche delle due precedenti, trattando il pianeta come un processo geofisico e impersonale. Questa figura è strettamente intrecciata con le nostre pratiche contemporanee di rilevamento e modellizzazione della Terra, nel contesto delle scienze climatiche. La Terra si è trasformata in un complesso di sensori interni ed esterni che registrano dati e comunicano incessantemente tra loro, con l’obiettivo comune di fornire la rappresentazione più ampia e accurata possibile. Il risultato è una proliferazione di astrazioni minuscole, frammentate e parziali del pianeta, sotto forma di immagini satellitari, modelli computazionali e visualizzazioni di dati: controparti idealizzate cucite insieme, che spesso sostituiscono la Terra reale, se così si può definire.

Nel tentativo di immaginare la Terra da una prospettiva planetaria, dobbiamo idealmente posizionarci come se la vedessimo dallo spazio, una posizione che pochi esseri umani hanno avuto la possibilità di occupare. Questo ci costringe a recitare il ruolo di osservatori esterni e oggettivi, ruolo che non possiamo realmente assumere. In effetti, queste visualizzazioni sono il prodotto di apparati tecnici o “riprese fantasma”, come li ha chiamati Harun Farocki: «registrazioni filmate da una posizione che un essere umano non può normalmente occupare» (2004). La filosofa e teorica letteraria Gayatri Spivak ha infatti suggerito di includere la parola planetarity nel Dizionario dei non traducibili – un volume enciclopedico di circa 400 termini e concetti filosofici, letterari e politici che sfidano una facile, o addirittura possibile, traduzione tra lingue e culture. Secondo Spivak (n.d.), the Planetary è una figura di alterità che indica l’impossibilità di ancoraggio. L’autrice sostiene che the Planetary porta con sé gesti di disincanto e di straniamento dal proprio luogo e propone invece di guardare alle culture pre-capitalistiche, relative al passato nomade della specie umana, per trovare il registro di immaginazione appropriato per il nostro pianeta. 

Mentre cerchiamo di raffigurare visioni integrali del nostro mondo, non possiamo fare altro che riconoscere l’impossibilità di un pianeta unificato. Ciò che viene osservato si scontrerà sempre con ciò che viene immaginato, che invece cerca di stendere uno strato fittizio di omogeneizzazione. Non un’entità unificata ma almeno due mondi simultaneamente; non un solo pianeta ma molti pianeti con relazioni gravitazionali diverse; non solo planetario ma anche molecolare allo stesso tempo. In uno scenario in cui le crisi e le trasformazioni globali pongono problemi su ogni scala e offuscano la cartografia classica, dobbiamo ridefinire la nostra gravità.

Poiché la nostra attuale immaginazione planetaria è ampiamente influenzata dalla ricerca e dall’esplorazione spaziale – insieme alla rilevazione e modellazione climatica –, comprendere e sviscerare il potere di tali infrastrutture scientifiche e l’immaginario visivo che esse producono assume un ruolo importante nel dibattito collettivo: «non sono solo infrastrutture della conoscenza, ma a tutti gli effetti infrastrutture visive. E, per di più, esse diventano un modo paradigmatico di governare gli affari del Planetario» (Likavčan, 2019). Nella disciplina della planetologia comparata, nelle scienze planetarie, si studiano i diversi processi e sistemi naturali di un corpo celeste per comprendere quelli di un altro suo simile, e la pratica del confronto è di centrale importanza. Tale metodo può essere di grande ispirazione anche in termini culturali, ponendo un ponte tra scienza e filosofia. Sotto le lenti filosofiche, «nel trattare con cosmogrammi planetari, la planetologia comparata studia particolari geo-logie, o geo-logiche – le logiche intrinseche ai diversi modi in cui il pianeta potrebbe essere, date le relazioni metafisiche proiettate da questa o quella figura» (Likavčan, 2019). Quali tendenze geopolitiche la nostra immaginazione della Terra alimenta? E come le stiamo progettando concretamente?

 

L’infinita geografia del cosmo come palcoscenico per immaginazioni e aspirazioni

Le modalità di esplorazione del nostro ambiente sono dunque, oggigiorno, sempre più dirette da tecnologie complesse e spesso controllate a distanza: intermediari che si posizionano tra noi e l’oggetto della nostra osservazione, mediando i nostri sensi con l’obiettivo di amplificarli, di compensarne le lacune. Quand’è vero che queste macchine ci aiutano a conoscere il mondo (world-knowing), esse stanno anche generando un certo tipo di visualizzazioni e quindi creando un certo tipo di mondo (world-making). Ciò di cui potremmo aver bisogno sopra ogni cosa, quindi, è una forma rinnovata di sensibilità (sensibility). Ci troviamo così con nuove coordinate, in una bussola i cui poli sono rappresentati da percezione (sensing), sensibilità (sensibility), conoscenza del mondo (world-knowing) e creazione del mondo (world-making), dove mantenere l’equilibrio è tanto difficile quanto essenziale.

L’attuale immaginario che ruota attorno allo Spazio, alimentato sia da istituzioni pubbliche nazionali e sovranazionali (come l’americana Nasa, l’europea Esa, e la cinese Cnsa) che da imprese private (tra cui SpaceX di Elon Musk e Blue Origin di Jeff Bezos) è sostenuto da narrazioni impregnate di pensiero positivista e spesso escapista che utilizzano retorica, metafore, semplificazioni e immagini romanticizzate per alterare la nostra percezione del remoto e della sua scala, mentre gli scopi reali riguardano profitti economici e controllo politico. Come sono finite per sembrarci così reali e familiari queste immagini?

Nell’ambito di ricerca pubblica, questa tendenza all’alterazione è alimentata più da una volontà di world-knowing che di world-making, a differenza del contesto di ricerca privato. Nonostante ciò, l’immaginazione è comunque considerata uno strumento fondamentale nello studio quotidiano del remoto. Nel lavoro sul campo, gli scienziati riescono a trovare significato nei dati numerici provenienti da telescopi e satelliti proprio immaginando i pianeti come luoghi. Questo atto di abbattimento della differenza di scala diventa per loro uno strumento essenziale per poter studiare oggetti scientifici così remoti, sia fisicamente che teoricamente. Il luogo, quindi, funziona come un mezzo per conoscere e creare significati. Nel suo libro Placing Outer Space, l’antropologa socioculturale Lisa Messeri (2016) esplora come gli scienziati planetari trasformino il vuoto dello spazio in un cosmo pieno di mondi. Lo fa visitando gli scienziati durante il loro lavoro quotidiano alla Mars Desert Research Station, in un centro di ricerca della NASA, in un osservatorio cileno e nei laboratori del MIT. In modo brillante, nel suo testo afferma come «nell’unire il quotidiano e lo straordinario, la creazione di luoghi extraterrestri fonda la conoscenza di altri pianeti in contesti familiari. Le pratiche scientifiche di creazione di luoghi trasformano l’infinita geografia del cosmo in un teatro costellato di luoghi potenzialmente significativi, palcoscenici per immaginazioni e aspirazioni». In altre parole: nella loro pratica di correlazione del quotidiano con lo straordinario, quindi dei dati nudi e crudi e apparentemente noiosi, con ciò che invece crea scalpore – ovvero le grandi scoperte – gli scienziati, attraverso tali azioni di creazione di luoghi extraterrestri, riducono il cosmo al regno del familiare e dell’esperienza umana diretta. Queste pratiche mediano, traducono e trasformano l’infinita geografia del cosmo in un teatro, un palcoscenico fittizio di realtà idealizzate, costruite sulle nostre migliori aspettative.

I pianeti, intesi sia come oggetti scientifici che culturali, sono entità mutevoli. La nozione stessa di pianeta, infatti, è una comprensione standardizzata e condivisa. I pianeti diventano più significativi e comprensibili con ogni nuovo set di dati, articolo scientifico e conversazione. Marte appare come un luogo ideale, poiché si trova lontano dalla realtà della nostra vita quotidiana. Rappresenta una dimensione astratta e pura che attiva la nostra mente in una modalità filosofica e immaginativa. Per queste stesse ragioni, è sempre stato uno degli oggetti celesti più affascinanti da studiare e mappare, secondo il punto di vista di un astronomo; e diventa quindi un caso studio intrigante per un’indagine sugli aspetti ontologici della visione e della rappresentazione, secondo il punto di vista di una designer. 

Prima dell’avvento delle moderne tecnologie, il nostro remote sensing era più che altro un remote observing, materializzatosi principalmente attraverso rappresentazioni cartografiche. Le mappature di Marte prodotte nel corso dei secoli rappresentano anch’esse la nozione di cosmogramma. Ritraggono un cosmo: un mondo fatto del sapere scientifico acquisito fino a quel dato momento tramite esperimenti e dati passati, unito a ciò che prevediamo – ciò che ci aspettiamo che sia in base alle nostre analisi e ambizioni per il futuro. Le produzioni cartografiche, in quanto cosmogrammi, sono quindi entità mutevoli e fluide che attraversano un costante processo di sintonizzazione, interpolazione e riscrittura. Ogni rappresentazione risultante è molto più di una mappa di Marte; è un portatore silenzioso delle ideologie, delle convinzioni, dell’etica, delle politiche e delle ambizioni di ciascun presente.

La prima osservazione di Marte con un telescopio fu fatta da Galileo Galilei nel 1610, il quale però non riuscì a vedere molto più che un puntino. Successivi sforzi di astronomi come Cassini, Herschel e Huygens [Fig.2] inquadravano Marte come una sfera appena discernibile, fatta di ombre sfocate e forme indefinite. Queste mappe non si limitavano a registrare osservazioni, ma illustravano un ambizioso, anche se prematuro, tentativo di identificare Marte come un luogo alla portata della scala umana. Abbracciando l’inclinazione positivista e pragmatica della Rivoluzione Scientifica, gli astronomi del 17esimo secolo intendevano portare ordine anche nelle rappresentazioni del pianeta. Un primo passo fu quello di interpolarle con una griglia geografica, stabilendo un sistema di coordinate globali per Marte.

 

 

Christiaan Huygens, Mars Map, 1659. Courtesy: New York Public Library.

 

Gli scienziati vi proiettavano morfologie familiari, come mari o terre, basandosi su analogie terrestri; la fede nei nuovi paradigmi scientifici faceva tracciare loro linee nette dove invece ciò che vedevano era, ancora una volta, una superficie fuori fuoco. Richard Proctor [Fig.3] raccolse gli schizzi di Reverend Dawes, considerati i più accurati già nella seconda metà del 19esimo secolo, e realizzò una nuova serie di mappe in cui l’incertezza sembrava essere svanita. In tali rappresentazioni, le precedenti aree sfocate, contrassegnate da nuvole di punti o ombre, acquisivano improvvisamente confini netti.

 

Richard Anthony Proctor, Half-hours with the Telescope, 1869. Courtesy: Digital Museum of Planetary Mapping.

 

Il culmine di questi sforzi si manifestò nei lavori dell’italiano Giovanni Schiaparelli e dell’inglese Nathaniel Green, i quali nell’anno 1877 produssero due mappe di Marte completamente diverse, a dimostrazione di come, in quell’epoca più che mai, ciò che veniva osservato era influenzato dall’osservatore stesso. Fiducioso nelle potenzialità tecnologiche del nuovo rifrattore dell’Osservatorio di Brera, Schiaparelli [Fig. 4] tradusse ciò che vedeva tracciando nette linee di demarcazione tra il bianco e il blu, tra ciò che era considerato terra e ciò che era mare. Egli introdusse una nomenclatura dettagliata ispirata alla mitologia e ad altri riferimenti classici, proiettando sul pianeta una geografia immaginata che mescolava osservazione scientifica e nomi di forte significato culturale.

 

Giovanni Schiaparelli, Mappa aerografica di Marte, 1877. Courtesy: Digital Museum of Planetary Mapping.

 

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Nathaniel Green, Chart of Mars, 1877. Courtesy: Digital Museum of Planetary Mapping.

 

Al contrario, Green [Fig.5], influenzato dal suo background di pittore paesaggista, creò una mappa di Marte che privilegiava il suggestivo rispetto al definitivo, abbracciando i limiti dei suoi strumenti e riconoscendo le qualità sfuggenti del pianeta. Green (1875) sosteneva che l’infinità della natura sfuggiva a una replica esatta, promuovendo un approccio che mirava a evocare piuttosto che spiegare completamente. La rappresentazione di Green suggerisce una comprensione critica della cartografia come atto interpretativo – una posizione rara rispetto all’atteggiamento positivista dell’epoca, che mirava a “conquistare” Marte attraverso rappresentazioni dettagliate e concrete. Queste due mappe agli antipodi esprimevano due chiare inclinazioni: il paesaggista, volendo creare un’armonia di impressioni generali, aveva prodotto un quadro; l’astronomo, attraverso l’autorità di linee arbitrarie, aveva realizzato un piano. 

La mappa di Schiaparelli, probabilmente proprio per questa parvenza di chiarezza, divenne tuttavia il riferimento scientifico nel campo. Nella sua analisi, oltre ad alcuni mari, aveva identificato anche diversi canali, che per ambiguità di traduzione dall’italiano all’inglese vennero generalmente intesi come channels invece che canals, vale a dire corsi d’acqua di natura artificiale: proprio per questo equivoco, le rappresentazioni cartografiche dell’astronomo americano Percival Lowell [Fig. 6], ad esempio, erano guidate dalla sua ferma convinzione dell’esistenza di vita intelligente su Marte. Tramite un’ossessiva precisione, ripetitività e ordine, le mappe di Lowell esprimevano la sua volontà di riprodurre fedelmente ciascun canale che fosse in grado di vedere dal suo osservatorio. Le sue mappe diventavano sempre più schematiche, facendo trasparire la sua visione antropocentrica secondo cui Marte poteva essere inteso come una sorta di progetto ingegneristico strutturato.

 

Percival Lowell, Mars and its canals, 1911. Courtesy: Digital Museum of Planetary Mapping.

 

Il forte progresso nella ricerca spaziale degli anni ‘60 del secolo scorso segnò un cambiamento profondo, soprattutto in seguito al lancio del satellite americano Mariner 9. Dopo circa un anno di orbita intorno al pianeta, la sonda riuscì a mappare già l’85% della sua superficie e trasmise circa 7.000 immagini che documentarono l’esistenza di strutture tettoniche, vulcani giganti e valli; venne così sfatata ufficialmente l’ipotesi dei canali. I materiali fotografici satellitari avevano raggiunto un certo grado di profondità di visione, consentendo agli scienziati di interpolarli con le precedenti visualizzazioni illustrate nelle loro mappature [Fig. 7]. Si aprì così un’era d’interpolazione, di collaborazione con terze parti (remote sensing technologies), per produrre rappresentazioni che ambivano a un livello di dettaglio esponenzialmente maggiore. Ad oggi, l’United States Geological Survey [Fig. 8] produce alcune delle mappe geologiche più complete di Marte, con caratteristiche topografiche codificate attraverso colori, pattern e classificazioni sistematiche.

Quest’analisi storica e formale delle rappresentazioni cartografiche di Marte riflette l’interazione mutevole tra osservazione, ambizione e contesto tecnologico-culturale. Dalle prime macchie indistinte, ai mari immaginari fino all’interpolazione di griglie, linee nette e porzioni di superficie ricucite per creare un insieme unitario, ciascuna visualizzazione di Marte è uno sforzo nel trasformare un pianeta lontano e incomprensibile in un luogo familiare all’intelletto umano. Queste mappe parlano della persistenza del nostro desiderio di ridurre il remoto al tangibile, spesso a scapito dell’accettazione dell’ignoto o dell’indefinito. Ogni nuova mappa rivela una continua proiezione di conoscenze, strutture e categorie terrestri al di fuori dei nostri confini, tentando di imporre coerenza su un paesaggio che, tuttavia, per sua natura, potrebbe sfuggire ad una comprensione completa.

 

Nasa Jet Propulsion Laboratory, Preliminary geologic map of part of the equatorial region of Mars, 1972. Courtesy: Nasa JPL.

 

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United States Geological Survey, Geologic map of Mars, 2014. Courtesy: Usgs.

 

Avvicinare il nostro sguardo a Marte, il primo pianeta su cui siamo riusciti con successo a inviare dei rover, ha al contempo infranto quell’aura di perfezione che derivava dall’osservazione idealizzata di un oggetto molto distante. Fin da quando è stato osservato per la prima volta attraverso un telescopio e mappato, Marte è stato per lungo tempo idealizzato. Ciò che può apparire integro e perfetto, se osservato a una certa scala, raramente mantiene la stessa apparenza di perfezione quando cambiamo la scala con cui lo guardiamo. La levigatezza romantica dell’insieme lascia spazio alla realtà frammentata delle sue parti. Più ci avviciniamo, più dettagli, vuoti e attriti iniziano a diventare visibili.

Contrapposte alle pratiche di osservazione a distanza, naturalmente anche le pratiche di osservazione diretta sono di cruciale importanza empirica. Ma quale connotazione assumono in un tale contesto in cui il soggetto è, di fatto, distante? Ad oggi, oltre ai numerosi satelliti in orbita intorno a Marte, ci sono 3 rover attualmente in funzione sul pianeta a esplorarne l’atmosfera e il suolo mentre vengono manovrati a più di 200 milioni di km di distanza: gli americani Curiosity e Perseverance e il cinese Zhurong. L’urgenza degli scienziati planetari, degli astronauti e degli astrofisici di stabilire un contatto diretto con l’oggetto delle loro ricerche e analisi porta alla creazione di cosiddette proxies di prossimità. Come esplora Janet Vertesi (2015) nel suo libro Seeing Like a Rover, questo processo di avvicinamento simulato si basa sulla costruzione di una relazione tangibile e incarnata, dove i corpi stessi diventano strumenti di lavoro con visualizzazioni e simulazioni. Studiando il team della Nasa Mars Exploration che ha guidato i rover Spirit e Opportunity sul pianeta rosso, Vertesi ha evidenziato come i membri del team avevano sviluppato una familiarità quasi simbiotica con i robot. Non solo vedevano come un rover, ma anche agivano come un rover, riproducendo negli spazi dei laboratori dettagli e rimandi all’ambiente marziano. I sensi umani si intrecciano con quelli di una macchina lontana milioni di chilometri, e l’astrazione dell’ignoto diventa apparente esperienza incarnata.

Le distanze vengono accorciate, le scale alterate, ciò che è troppo remoto per essere concepito viene portato sotto i nostri piedi, a pochi centimetri dai nostri occhi. Gli scienziati ricreano simulazioni digitali e persino ambienti extraterrestri fisici, che hanno alcuni aspetti formali in comune con quelli che potrebbero essere set cinematografici inscenati.

Ciò avviene non solo nelle stanze dei laboratori, ma anche – su scala diversa – in alcuni ambienti terrestri specifici che, per le loro caratteristiche geologiche o biologiche, somigliano ad altri corpi celesti del Sistema Solare. Questi luoghi sono chiamati anche analoghi planetari [Fig. 10]: siti utilizzati «come laboratori di prova per altri mondi» – come affermato dalla Nasa (2023) in un post sul suo blog. 

Il metodo, quindi, della planetologia comparativa diventa una vera necessità, o forse persino l’unico modo per lavorare concretamente su base quotidiana con una tale lontananza. La Terra stessa viene reinterpretata come un luogo extraterrestre, permettendo di immaginare una vicinanza che resta, in realtà, simbolica. Questo spostamento di scala, che trasforma il remoto in qualcosa di apparentemente tangibile, non elimina la distanza reale, ma piuttosto la sostituisce con una forma di vicinanza mediata, ed è così che lo Spazio, ancora una volta, viene trasformato in Luogo. Conoscenze, idee e aspettative di altri corpi celesti vengono proiettate sul paesaggio terrestre, la differenza scalare collassa e il sito diventa multiplo, simultaneamente Terra e Marte. Camminare su suolo marziano sembra diventare così stranamente reale. Queste pratiche non abbattono il remoto, ma lo travestono di prossimità, alterando il nostro modo di concepire il rapporto tra scala, spazio e conoscenza.

 

 

Campo base de Haughton Mars Project sull'isola di Devon (Canada), la più grande isola disabitata al mondo, dove il terreno arido, le temperature gelide, l'isolamento e la remota ubicazione riproducono le condizioni ambientali di Marte. Courtesy: Nasa.

 

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Bio

Jennifer Carniel è una visual designer e ricercatrice con un forte focus sul design dell’informazione. Con la sua pratica analizza la nozione intrinseca di informazione, in particolare da una prospettiva scientifica, geografica e sociologica. Nel tentativo di dare materialità ai punti di frizione tra la raccolta di informazioni e la loro traduzione in conoscenza, esplora temi come i metodi e gli strumenti scientifici, la mappatura e la navigazione dei territori, nonché la trasmissione del sapere.