Partendo dalle suggestioni critiche fornite dal libro Cronofagia e media, a cura di Vincenzo Estremo et al. ed edito da Meltemi (2024), questo articolo tenta una lettura personale del concetto di cronofagia, proponendo una possibile pratica, quasi progettuale, di resistenza alla cattura fagica del tempo.

 

 

Vidi una regina che indossava una veste dorata, e la veste era piena di occhi, e quegli occhi erano trasparenti come fiamme impetuose e tuttavia simili a cristalli. La corona che portava in capo aveva, una sull’altra, altrettante corone quanti erano gli occhi sulla sua veste. Si avvicinò con tremenda rapidità e mi posò il piede sul collo, quindi con voce terrificante gridò: «Lo sai chi sono?». « Si! » risposi. 

«Da tempo sei causa per me di dolore e afflizione. Sei la facoltà razionale della mia anima››

Hadewijch di Bramante, mistica e poetessa del XIII Secolo

 

Il tempo di alzarsi…

L’essere umano, sviluppatosi in quanto tale, assumendo quella posizione eretta che spesso vorremmo tanto ripiegare regredendo allo stato di Ammoniti, temporalizza se stesso e la sua finitudine mediante la ragione, la quale ‹‹estende il proprio orizzonte al di là di ciò che è immediatamente sotto mano e sviluppa la propria capacità di anticipare›› (Stiegler, 2023, p. 199); il cervello, a tutti gli effetti, diventa generatore di una realtà artificiale (Moynihan, 2020, pp. 29-30), un movimento che sembra mosso dallo spavento di aver scoperto che prima o poi si muore, sia maledetta la cronocezione. La razionalizzazione più potente e pervasiva mai messa in atto dall’essere umano è dunque quella del tempo. Scandire e anticipare un tempo che non è più cronobiologico ma organizzato, politico ed economico è una delle basi fondamentali edificanti una società. Il ticchettio degli orologi, la sveglia, i calendari e le agende scandiscono i ritmi delle nostre giornate, ordinando il caos che noi stessi abbiamo creato. La tecnica è il braccio armato del tempo come i militari lo sono per il potere.

Il tempo è un concetto (Giordano, 2024, p. 20), e come tale è soggetto a manipolazioni e mutamenti, variazioni sul ritmo che seguono le trasformazioni dei sistemi disciplinanti. Tali trasformazioni sono possibili mediante l’incessante processo dello sviluppo tecnologico; di conseguenza, ogni temporalità possibile si configura entro il confine tecnico che si appresta ad attraversare, e ogni temporalità attiva si stabilisce sulle basi tecnologiche operanti nel suo presente storico.

Il tempo è tutto, potenzialmente. La riduzione del tempo è riduzione di potenzialità attuabili. La privazione di tutto il tempo è privazione della vita stessa. Quando la gestione del tempo razionalizzata si allinea con le temporalità algoritmiche e accelerate del profitto, perdendo interesse per i bisogni e i limiti degli esseri umani, allora tale gestione diventa afflizione, patologia. Questo disturbo sembra essere una sorta di crono-cleptomania metodica applicata dal sistema, dove ogni porzione di tempo della vita di ognuno viene messa a profitto da qualche azienda, e per farlo serve che tale porzione venga occupata in un certo modo, che venga presa e trattenuta il più possibile, rubandone ogni eccesso.

Il tempo rubato non è soltanto quello alienante del lavoro, che già basterebbe, e anzi, andrebbe ridotto se non utopicamente abolito. Il nostro tempo non solo è abusato all’insegna della produttività, ma si concede quando può con languido piacere e a titolo gratuito, stregato dall’envoûtement (Galibert, 2024, p. 33) mediale, svendendo così il suo intimo lato improduttivo. A chi si dà questo tempo? Ai cronofagi.

 

Che cos’è la cronofagia

Il termine affonda le sue radici proprio nella lingua francese, a partire da quella che sembra essere la sua coniazione – in forma suggestiva all’interno di un aforisma –, presente in Mauvaises pensées et autres (1942) di Paul Valèry, e successivamente concettualizzato per la prima volta come critica agli spazi fisici e alle infrastrutture urbane in Le temps qu’on nous vole. Contre la société chronophage (1980) dell’architetto franco-svizzero Jean Robert. In Italia il termine entra nel dibattito sociologico con il volume Cronofagia. La contrazione del tempo e dello spazio nell’era della globalizzazione (Paolucci [a cura di], 2003), mentre – come già menzionato – assume la connotazione più conosciuta grazie all’utilizzo concettuale che ne fa Galibert (trad. it., 2015). Sempre in Italia, il termine viene ripreso nella piccola monografia divulgativa Cronofagia. Come il capitalismo depreda il nostro tempo (Mazzocco, 2019) e in maniera più esaustiva, scientifica e aggiornata nel volume Cronofagia e media (Estremo et al., 2024).

Nel testo Cronofagia e media, (Estremo et al., 2024) viene tracciato lo stato dell’arte della gestione del tempo fra cinema, arti visive, TV e web, ruotando proprio attorno al concetto di cronofagia e alla condizione di abbattimento della distinzione fra tempo libero e tempo del lavoro (Estremo, 2024, p. 8). Se il termine cronofagia indica il cibarsi del tempo, i cronofagi sono

quegli oggetti, quelle imprese e, in definitiva, quelle persone, che finiscono per godere di immense concentrazioni di tempo nelle nostre vite” […] “I cronofagi prendono, innanzitutto, la forma degli oggetti dai quali dipendiamo: il cellulare o lo smartphone, il computer o il tablet, la televisione, la macchina fotografica, la telecamera” […]. Dietro l’oggetto cronofago, di cui misuriamo l’influenza sul nostro tempo, si nasconde il marchio cronofago, a cui sacrifichiamo il nostro tempo senza contarlo (Galibert, 2024, p. 35).

Aziende come Google, Meta, Amazon, Netflix o Tinder si sono integrate nella vita quotidiana di ogni individuo, monopolizzando il suo spazio e il suo tempo improduttivo. Applicazioni, videogiochi e piattaforme prendono singolarmente una porzione di tempo giornaliero, che sommato produce un altro full-time. Questa privazione di tempo non è ovviamente coercitiva; piuttosto, ogni azienda crea una narrazione attrattiva rendendosi desiderabile, per far sì che non siano loro a prelevare il tempo, ma che gli venga donato spontaneamente. Per questa ragione, bisogna intendere i cronofagi come apparati di cattura del desiderio (Damato, 2024). Tale desiderio, che potrebbe estendersi nella temporalità improduttiva disponibile, viene canalizzato e acquisito dagli apparati mediante precisi modelli di design e interazione, rispondendo a logiche di gamification e creando ‹‹appetiti artificialmente costruiti nonché intrinsecamente insaziabili›› (Crary, 2024, p. 43).

 

Breve excursus tra cronofagia e media

Ogni tecnologia, a partire dalla scrittura (Stiegler, 2023) può essere considerata una sostanza che costruisce e altera il tempo e la sua percezione (Damato, 2024, pp. 62-64), una sorta di estensione della memoria e della coscienza stessa (Gelao, pp. 21-27), ma è solo con la nascita delle corporation dell’età televisiva che i media diventano cronofagi: i programmi televisivi altro non sono che un massaggio utile a rendere il cervello del telespettatore disponibile e attento ad accogliere una pubblicità della Coca Cola (Cfr. Simoncini, 2024, p. 48). Il cinema, in quanto industria culturale, ha anch’esso un’essenza cronofagica (Soldani, 2024, p. 101), soprattutto se pensiamo a quello hollywoodiano; Difatti, dagli anni ’60, forme di cinema indipendente portate avanti da figure come Andy Warhol o Jim Jarmush hanno cercato di rovesciare le modalità cronofagiche del cinema statunitense (Cfr. Id., p. 104). Se la televisione crea una temporalità, altre e altre ancora – ulteriormente alterate – si configurano nel presente tra infinite scrolling, doomscrolling e binge watching, tutte azioni dove ‹‹l’oggetto potenziale, cioè il futuro, diventa un presente; tuttavia, per sua stessa natura, esso è un esserci sempre proiettato in avanti, è una sorta di fotogramma che contribuisce a costituire un presente continuo›› (Denicolai, 2024, p. 72); un esempio lampante di questa condizione è lo swiping attuato nelle dating app come Tinder o Bumble, in cui è la possibilità in potenza e l’uso gamificato della piattaforma stessa a tenerci incollati, e non l’avverarsi della cosa. Se una delle finalità degli apparati cronofagici è quella di costruirci in quanto audience entro una costante economia dell’attenzione (Cfr. Bonini, 2024, pp. 141-142), noi siamo co-carnefici mettendoci, in quanto prosumers, anche dall’altra parte: le piattaforme funzionano rendendo noi stessi trappola per la loro morsa, attraverso la nostra esposizione e la condivisione di contenuti legati a tali piattaforme. Questa condizione non ci rende più soltanto vittime ma partecipi, agenti attivi del nostro dispendio: questo risulta evidente, ad esempio, nei videogiochi; MMORPG, mondi infiniti da esplorare, crescita infinita dei personaggi, alienanti video di gameplay e reposting degli screenshot della nostra stessa attività, per non contare i lavoratori-tester sottopagati (Cfr. Giordano, 2024, p. 163; Santilli, 2024, p. 185). Tutte queste forme cronofagiche diventano macchine progettuali di una fabbrica del tempo libero difficile da smantellare, perché il suo controllo (del tempo) è ‹‹inserito in un regime di autogestione››  e la sua economia ‹‹riesce a far passare il lavoro per la ricompensa del lavoro›› (Estremo, 2024, p. 98).

 

Uccelli spazzini

Nel libro di Irvine Welsh Tolleranza Zero (1995), il protagonista in coma, Roy Strang, percorre un safari onirico in cui dà la caccia a un Marabù, uccello spazzino che nel libro incarna le cause di tutti i mali del protagonista. Alla fine del romanzo, Roy scopre che il Marabù non è altro che la proiezione di se stesso, il suo alter ego animale. La morte del Marabù diventa la sua assoluzione.

Il sistema nefasto in cui viviamo è come un uccello spazzino: sui cadaveri ci banchetta. Noi in cosa ci identifichiamo quando non controlliamo i nostri sogni?

Invece di pensare la cronofagia come un reato, quegli inutili simulacri di mediocrità etica ed empatica chiamati stati preferiscono ignorare la questione e, specialmente in America, o forse più propriamente negli US, che istituzionalmente rappresentano la punta di diamante di tale bassezza, vediamo infatti una sorta di epidemia narcotica di farmaci come l’Adderall o il Ritalin, neurostimolanti utili ad aumentare o gestire meglio la concentrazione, il focus e dunque la produttività, oppure, ancora, il Modafinil, il “farmaco della veglia”. Oltre che essere utilizzati  (i primi due) per l’ADHD o per la narcolessia (come sa bene Crary non possiamo permettercela) questa squadra narcotica spesso a base anfetaminica si erge come un mercato inflazionato e illegale, collaterale, che ritengo essere anche una risposta alla cronofagia. Sui cadaveri ambulanti cronofagizzati si erge il Marabù farmacologico pronto a intervenire, creando così un mostro a due teste: un mercato cronofagico che lucra sulla distrazione e sull’intrattenimento eccessivo e un altro che lo fa proponendo una soluzione (acquistabile) al problema creato dal primo, mettendo a profitto il bisogno di liberazione dai meccanismi cronofagici. Questo Giano Bifronte si costituisce dunque come doppiamente tossico se non come emblema, in senso più ampio, di come vengono affrontati i problemi oggi: non si tende a risolverli, ma piuttosto si crea una strategia per mantenerli in tensione perenne, prolungarli e nel frattempo lucrarci sopra il più possibile.

Quest’ultima considerazione ci porta al passo successivo: di chi è la responsabilità? È giusta la direzione – anche critica – di promuovere un uso consapevole delle tecnologie cronofagiche? O si tratta solo di masturbazione, consigli da genitori apprensivi? Io credo che la responsabilità sia di chi governa e regolamenta tali tecnologie, così come di chi può portarle all’attenzione della politica. Le critiche dei libri e degli articoli – come questo – restano qui, nella bolla di chi mi legge, senza la possibilità di abbracciare una totalità molto più ampia che ignara viene predata quotidianamente del proprio tempo disponibile. Per avere un effetto reale serve portare tali temi all’attenzione non solo pubblica, ma di governo; e non si tratta del semplice discorso di non stare sui social, tema inutile se trattato con superficialità. Si tratta di un discorso che integri in senso più ampio capitalismo, tecnologia, tempo ed essere umano. Lo anticipo: la cronofagia dev’essere un reato.

Torniamo all’inizio: la caccia al Marabù. Nella mia interpretazione della proiezione onirica di Roy Strang, personaggio violento e criminale, il cui tentato suicidio gli procura uno stato di coma in cui si produce il sogno del safari, la sua riconciliazione attraverso la morte del Marabù non sarebbe da intendere come il compimento del suicidio: piuttosto, il Marabù è una proiezione della società, del contesto attorno a cui è nato e vissuto. Il Marabù incarna tutto ciò di cui vorrebbe liberarsi, che sì, è anche ciò che ha dentro, ma qualcuno deve avercele messe queste cose in quel corpo animato. Attaccare il Marabù cronofagico è liberazione e ritorno alla vita.

Se in alcuni casi si dice “dove non arrivano le istituzioni può arrivare X”, con il digitale e la cronofagia privatizzata e istituzionalizzata questo discorso cede: la digitalizzazione dell’attivismo indipendente e della divulgazione culturale per un pubblico più ampio vive perlopiù in una bolla di alleanze, che seppur lecita, bella e importante esclude proprio le soggettività ignare e fuori da ogni contesto critico, quelle completamente immerse in un’altra bolla, fatta spesso di pixel, plastica, foto di cani o di torte, bandiere nazionali, primi piani dal basso e salute mentale curata facendo reel. La cronofagia è talmente pervasiva e generalizzata che non basta curarla proponendo forme di hacking del sé: sarebbe come creare un vaccino accessibile solo a una fascia medio-borghese o con un livello di istruzione almeno universitario.

In un recente articolo pubblicato sul suo blog Il Disertore, Franco Berardi – rimandando al suo libro Respirare. Caos e poesia (2019), asserisce come ‹‹Tutto quello che la poesia può fare è rendere possibile una sintonia con il caos, e permetterci forse di disincagliare delle temporalità autonome, dei gesti e dei rituali di disconnessione. La poesia può aiutarci a disertare la temporalità dominante. Può aiutarci a creare una dimensione di decompressione, di svincolamento dalla storia della nostra esistenza sensoria, cognitiva e sociale››.

Con poesia potremmo qui intendere una passione, un’ossessione, una sublimazione viscerale verso qualcosa. Ma questo aspetto non è innato, è culturale: la poesia – che è sempre pŏēsis, un fare – corre sempre il rischio di essere coperta, tacciata in quanto inutile, ignorata. Una cultura della cronofagia – fagocita il tempo rimpiazzandolo con l’impiego (quando c’è) unito a forme di intrattenimento anestetizzante, utile come pausa per poi tornare a produrre o restare in stasi. La bolla cronofagica che monopolizza il tempo improduttivo impedendo al soggetto di “emanciparsi” con del tempo di “qualità” non è da intendere in termini di elitarismo culturale ma di libertà: ciò che l’ecosistema mediale cronofagico tende ad ampliare, in forma di eco chamber, non è la stupidità del contenuto ma l’illusione di libera scelta; cronofagia è dunque anche liberfagia; cronofagia investe tutto il tempo vivibile e lo capitalizza sia in termini produttivi che improduttivi, se ne appropria privando il soggetto della libertà e della consapevolezza di come spendere il suo tempo. Il soggetto cronofagizzato non sa cosa è meglio per lui, non lo sa davvero finché si trova nella morsa dei cronofagi. Liberarsi è un processo lungo e difficile.

Bisogna incontrare il Marabù.

 

Accomodamento psicosomatico e responsabilità

Tutto sommato, il problema maggiore della cronofagia del tempo improduttivo, dal mio punto di vista, non riguarda tanto i dati o la privacy; parliamoci chiaro: quasi nessuno si priverebbe di ogni applicazione e comodità comunicativa per evitare che vengano detratti dei dati personali. È un compromesso largamente accettato, giacché la percezione effettiva è che sì, qualcuno sta capitalizzando il tuo tempo, sta tracciando il tuo profilo per poi venderne i dati come un prodotto, restituendoti il risultato sotto forma di pubblicità; tuttavia, dopo almeno otto ore di lavoro “vero” ogni giorno, risulta difficile mettere le due “produttività” sullo stesso piano. Il fatto per cui, come direbbe Žižek, “lo sappiamo ma lo facciamo lo stesso” è che il tempo per noi produttivo è solo quello salariato, mentre quello improduttivo si trasforma in produttivo per e grazie a qualcun altro. Pur essendo costantemente connessi, tale connessione non la sentiamo pressante come lo sfruttamento cognitivo del lavoro in ufficio o sfiancante come una giornata in fabbrica. Sentirci liberi di farci divorare il tempo è una condizione psicosomatica. Proponendosi come distacco dalla fatica, i cronofagi sfonderanno sempre una porta aperta, perché – giocando proprio sul piano psicosomatico – propongono una fruizione comoda, scariche dopaminiche, risate, narrazioni e divertimento.

Il problema maggiore della cronofagia e dei cronofagi è invece l’ingordigia, la mancanza di misura. Di questo sono responsabili, prima degli utenti, le piattaforme e i modi in cui vengono programmate e configurate, le quali ibridano UX (user experience) e UI (user interface) a logiche di gamification atte a creare dipendenza nell’utente. Tutto ciò smaschera il fatto che il fine ultimo, così come l’effetto ai suoi massimi risultati, non è l’intrattenimento bensì l’annichilimento di ogni possibilità altra, perché l’utilizzo senza scopo delle suddette piattaforme non drena solo la capacità immaginativa in sé, ma anche la temporalità improduttiva in cui tali processi immaginifici possono avere luogo. Servirebbe un doppio processo di responsabilizzazione, che allo stato delle cose difficilmente può partire dal basso, e piuttosto necessiterebbe innanzitutto di una regolamentazione. Il motivo è quello già citato prima: “dal basso” diventa problematico quando si tratta di una questione così ampia e generalizzata. Così come nelle scuole è necessaria un’educazione affettiva e sessuale, così ci vuole anche un’educazione al tempo; ma se molti governi ancora non riconoscono queste prime due pedagogie come fondamentali, figuriamoci poter sperare che il tempo possa mai esser preso in considerazione, essendo un’etica del tempo antitetica a una società dell’accelerazione. Tuttavia, per evitare ogni forma di classismo io credo che il tempo e la cronofagia debba essere portato su questo piano di pedagogia e regolamentazione; quest’ultima non sarebbe una coercizione della legge sull’individuo, ma una serie di regole imposte ad aziende, multinazionali ed enti, basate su nuovi diritti che reclamino una nuova idea di tempo.

 

Una questione di materialismo: note politiche e soluzioni possibili

Per quanto riguarda la cronofagia improduttiva, si dovrebbero porre delle normative che regolino la configurazione delle piattaforme secondo criteri basati sul benessere psichico degli utenti, evitando dunque funzioni e meccanismi che creino forme di dipendenza attraverso gamification e altre dubbie procedure di interazione. Il profitto non può essere la priorità, servono dei limiti inappellabili basati su criteri universalmente condivisibili, pur mantenendo potenzialmente declinazioni di ‹‹tecnodiversità›› (Hui, 2024). Dobbiamo spingere all’estremo questa idea materialista della cronofagia: il furto di tempo deve costituire un reato. La cronofagia predatoria dovrebbe ritenersi una pratica criminale, un cronocidio, che si tratti di tempo produttivo o improduttivo. Il tempo deve essere un diritto inalienabile, e va completamente ripensato sotto una nuova luce etica.

Il progresso vero non è accelerazione ma incidenza reale sul benessere di ogni persona, senza che altre vengano sacrificate per il privilegio di una ristretta cerchia di classe.

Già la vita è breve, non deve essere pure una merda. La cronofagia del tempo produttivo e improduttivo crea indirettamente, sviandosi da ogni colpa causa-effetto diretta, un malessere diffuso e di varia natura in tutti i soggetti cronofagizzati, a volte lasciandoli completamente ignari alle cause del loro stesso male.

Non credo molto nella giustizia di stato e di governo, anzi, ci credo davvero poco o niente, e sembra assurdo sostenere che grandi e medi cronofagi dovrebbero finire nei tribunali quando i governi del mondo continuano a sostenere da sempre genocidi, ma una lotta non esclude l’altra. Anche perché, per priorità, credo che dopo la morte ci sia proprio il tempo – che la precede: la riconquista qualitativa del tempo come cambio di paradigma avrebbe anche una serie di effetti benefici collaterali, perché alla criminalizzazione della cronofagia non può che corrispondere una controparte di consapevolezza del valore esistenziale del tempo, e dunque anche della necessità di un maggiore benessere psico-fisico e intellettuale degli individui e della collettività, sia dentro che fuori gli ambienti produttivi. Ma questo è un reato tutto da inventare, così come le sue conseguenze programmatiche.

In altre parole, non è solo una questione di “coscienza del digitale” ma di co(no)scienza politica e legislativa del/sul digitale, qualcosa da attuare in termini attivi, propositivi e pratici, e non solo teorici e speculativi; va istituita una critica forense (e multidisciplinare) alla cronofagia.

Di conseguenza anche l’individuo può così responsabilizzarsi, rendersi consapevole e investire il tempo rimanente in altro. Ovvio che questa è una narrazione parziale, perché il tempo fuori ha altrettanti inciampi, vuoti istituzionali e problematiche. Tuttavia, sappiamo che tutto questo difficilmente accadrà se l’interesse politico, e a cascata i finanziamenti e la ricerca, continueranno a seguire una logica di progresso infinito intrinsecamente collegata a un’innovazione tecnologica letteralmente perseguita a tutti i costi, mettendo sempre prima il profitto e poi il vivente. Criminalizzare la cronofagia è in fondo riconcettualizzare ciò che definiamo “progresso” da una prospettiva propriamente temporale produttiva e improduttiva.

 

Cronofagia e classe

Riguardo il libro La tirannia del tempo, scritto dalla sociologa femminista Judy Wajcman, Giorgia Tolfo riporta come

Sebbene il libro sia stato pubblicato originariamente nel 2015 in seguito a una serie di studi condotti negli anni precedenti, l’assunto di base di Wajcman si fa particolarmente rilevante in questi giorni: il tempo che una persona ha a disposizione e il modo con cui lo investe possono essere compresi soltanto come il risultato di determinati modelli sociali ed economici. L’uso del tempo, in altre parole, si differenzia in base ai diversi gruppi sociali e la pressione che questo esercita più che un fenomeno individuale è correlato ai mutamenti sociali avvenuti negli ultimi decenni, tra cui, ad esempio, la composizione dei nuclei familiari, i rapporti di genere, o la mercificazione sempre più accentuata del tempo stesso (Tolfo, 2020).

Cosa può suggerirci Wajcman, senza entrare nei dettagli della sua critica? Forse, ciò che emerge è innanzitutto il fatto che esistono i cronofagi ma non esiste una condizione unica di individuo cronofagizzato. Nelle prime pagine di Libertà. Una malattia incurabile (2023), Slavoj Žižek riporta una notizia che ha fatto il giro del mondo, quella di Chin Zhi, operaio cinese che dopo le sue dodici ore di lavoro giornaliere decide di sfruttare quelle poche rimanenti per imparare l’inglese e leggere Heidegger, per poi tradurre successivamente l’Introduzione a Heidegger di Richard Polt (1997). Ovviamente qui non dovremmo trarre una riflessione moralista presupponendo che un operaio che studia filosofia è moralmente migliore di un suo collega che decide di fare altro, perché finiremmo per essere in realtà classisti. L’aspetto importante da considerare è invece la forza emancipatrice, l’inattesa “libera” scelta che avviene deviando da quelle canoniche socialmente preimpostate e proposte. In altre parole, Chin Zhi sembra essere sfuggito dai cronofagi non perché abbia scelto un’attività che lo soddisfa maggiormente, ma perché si è reso conto che vi erano altre possibilità di scelta rispetto a quelle di default impostate da una società che crea separazioni di classe soprattutto attraverso l’accessibilità e la mediazione della cultura, un processo che non opera solo come importante tassello di soggettivazione degli individui e delle collettività, ma funge anche da macchina cronofagica che includendo i soggetti li esclude da altre forme di sapere che devono funzionalmente essere ignorate. Fuggire dalla cronofagia è dunque anche fuggire dalla liberfagia. Difatti, il tempo libero catturato è anche libertà catturata.

Da questo esempio bisogna trarre una conclusione: la cronofagia dovrebbe entrare a tutti gli effetti in ogni agenda politica delle nuove generazioni, in quanto primo passo collettivo utile ad avere il tempo libero per pensare e sviluppare una coscienza su più fronti che risultano sempre più urgenti. Bisogna iniziare a disseminare l’importanza di una regolamentazione e un monitoraggio delle condizioni cronofagiche.

La cronofagia è anche una questione di salute mentale.

La cronofagia deteriora il soggetto nel tempo e attraverso di esso, ne rimodella l’apparato cognitivo e le sue reazioni chimiche, può portarlo al burn-out o al brain rot, giusto per citare due conseguenze dirette e tralasciando tutte quelle indirette e collaterali.

Se una passione arde e rischia di essere soffocata, o peggio viene abortita per intorpidimento prima di poter nascere, dire no alla cronofagia, criminalizzarla in tutte le sue forme o in parte, riappropriarsi non del tempo in sé ma della scelta di cosa fare del proprio tempo, reclamandolo come diritto, può già essere una presa di responsabilità, una forma di emancipazione.

Cosa possono fare la filosofia e i media studies per divenire pratici e trasformare le loro critiche in realtà? Ci sono due direzioni, dove l’una non esclude l’altra: la prima è l’hacking del sé, mentre l’altra è cercare di portare queste tematiche all’attenzione politica. Sebbene questa seconda opzione può sembrare più  difficile, è in realtà quella meno elitaria, come ho già detto in precedenza.

 

Chronophagy Monitoring Center (CMC): un progetto in divenire?

Istituire una specie di critica forense e interdisciplinare alla cronofagia, un centro di monitoraggio, un polo di ricerca che si occupi di costruire nuove cosmologie pratiche del rapporto che abbiamo con il tempo. In un sistema sempre più accelerato che mette a profitto tutto il tempo che il nostro organismo attraversa, giocando con le sue debolezze e violandone costantemente i limiti biologici, una nuova resistenza di questo tipo è quanto mai necessaria.

Qualcuno potrebbe obiettare: “Il mondo crolla e dovremmo occuparci del tempo?” Sì. La cronofagia e la privazione del tempo individuale stronca sul nascere la possibilità individuale di informarsi, istruirsi e portare avanti le proprie passioni, vivere quella che Stiegler definisce una vita “noetica”. Se è famoso il detto tale per cui “il tempo è denaro”, dovremmo invece invertirlo in una versione marxista dicendo che “il denaro è il tempo”.

Se il tempo fosse solido, e ve lo rubassero da una tasca sotto ai vostri occhi, voi come reagireste?

Al calare del sonno della civiltà che ignora la finitudine, la libertà del tempo dobbiamo riprendercela a morsi.

 

 

Bibliografia

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S. Žižek, Libertà. Una malattia incurabile, Ponte alle Grazie, Milano 2023.

 

Bio

Christian Nirvana Damato è uno scrittore, curatore e ricercatore indipendente che si occupa di filosofia, tecnologia e cultura visuale, Parallelamente, porta avanti una ricerca sulla scrittura e sull’editoria come pratiche artistiche e sperimentali. È docente in Tecniche dei nuovi media integrati allo IED di Torino e porta avanti un workshop di scrittura critica e uno di progettazione editoriale. Partecipa come relatore presso talk in università, festival, spazi indipendenti e istituzioni culturali.  Scrive, ha firmato e collabora, a vario titolo, per e con Mimesis, Artribune, Not (NERO), L’Indipendente, Kabul, TBD, Coeval, RUFA, PSe (Flashart). È fondatore, curatore ed editore di Inactual, collettivo editoriale, artistico e curatoriale. Ha pubblicato Manifesto della Moltiplicazione degli Organi. Corpo, identità, tecnologia e desiderio (prefazione di Vincenzo Estremo, 2024) e curato Medial Disorders. Interpretive and Non-statistical Compendium of Technological Disorders (Inactual Publishing, 2024), un volume collettaneo – primo di una trilogia – con i contributi di Geert Lovink, Alfie Bown, Isabel Millar, Eyal Weizman (Forensic Architecture), et al.. Sono in uscita Wearable Statistical Desires. Ri-programmazioni della performatività del corpo attraverso la digisessualità in “VCS – Visual Culture Studies #8”, a cura di Barbara Grespi e Francesca Monateri (edito da Mimesis) e la traduzione in inglese Organ Multiplication Manifesto (Becoming Press).