C’è una sottocorrente nel porno online che si presenta come un “pericolo” per la sessualità di chi guarda. Si tratta dei sissy, genere con pretese apertamente femminilizzanti nei confronti dello spettatore, una forzatura per trasformarlo in una “bimbo” [1] [bimbofication]. Attraverso presunte tecniche di ipnosi, e facendo leva sulla de-realizzazione tipica del porno (Berardi, 2020), le gif sissy e le caption che le accompagnano portano lo spettatore in uno stato di oblio, transessualizzandolo. Un “pericolo” dal quale addirittura Tucker Carlson, un conduttore statunitense repubblicano-complottista, si è sentito di mettere gli americani in guardia. 

Le creazioni sissy sono di per sé problematiche, dal momento che non fanno altro che rinforzare il binarismo di genere patriarcale in maniera apertamente misogina. In questo testo non ho intenzione di condonare in alcun modo questa sottocorrente pornografica. Ci sono tuttavia alcuni punti d’analisi estremamente interessanti, che sembrano contraddire la presunta fissità di genere tanto cara al patriarcato e anzi, attraverso un’inversione concettuale involontaria, creare dei cortocircuiti non assimilabili dal patriarcato stesso – che non è in grado di rendersi conto del fluido pantano in cui si sta gettando. Se la bimbofication è un processo per divenire-femme che si applica alle donne, la sissification è il processo di femminilizzazione subito dai biouomini contro la loro stessa volontà, che passa attraverso l’incorporeità del sesso nel cyberspazio.

 

 

Siamo tutti femmine

Il format del sissy porn (abbreviazione di sissification pornography) viene affrontato da Andrea Long-Chu nel suo testo Females (2019), il cui assunto centrale è tanto radicale quanto semplice: siamo tutti femmine, anche e forse soprattutto chi non lo è, ossia gli uomini – o per usare le parole dell’autrice, “everyone is female, and everybody hates it”. 

Sebbene il testo presenti al suo interno la possibile fallacia di essere iperbinarista, si configura in realtà come strumento utile dal momento che tale binarismo viene invertito, rendendoci comprensibile ciò che avviene nel sissy. Long-Chu fa apertamente leva sulla distinzione di genere centrale del patriarcato che tutt* conosciamo, ossia

 

DOMINANTE : MASCHILE = SOTTOMESSO : FEMMINILE

 

Sebbene il testo non sembri riconoscere tutte le soggettività non-binarie e divergenti, questa ipersemplificazione porta però al suo interno una svolta interessante. Tutto ciò che domina è maschile, così come tutto ciò che è dominato è femminile. Quindi, quando noi (come cultura) affrontiamo il binomio dominio/sottomissione ci troviamo ad avere una risposta (culturale) binaria fissa. Ma cos’è una femmina e cos’è un maschio? 

Per Long-Chu, queste due categorie possono essere scollegate dal sesso biologico. Non tutte le donne sono femmine, come non tutti gli uomini sono maschi. Negando il cisgenderismo in favore di una transgenderismo esteso, ciò che ne risulta è una visione sociale in cui sono le forze esterne ad assegnare il genere al corpo che ne viene intaccato, in maniera non dissimile da come altri femminismi riconoscono. Un operaio sottomesso al lavoro salariato è una femmina, così come una donna in un ruolo di potere (come  il presidente Meloni o Margareth Tatcher) è di fatto maschio [2]. Questa inversione di genere non è sempre applicabile, ovviamente. Ma la visione binario-riduzionista dell’autrice diventa interessante nel momento in cui viene presa in considerazione la pornografia e la sua dipendenza.

Long-Chu argomenta che gli utenti [users] del porno sono posseduti da questo. Non hanno potere su di esso e ne sono sottomessi come un tossicodipendente potrebbe essere, per certi versi, sottomesso alla droga che assume. 

La narrazione tradizionale, che concepisce il maschio come soggetto dominante e la femmina come oggetto dominato, mette in scena una serie di rapporti in cui il femminile viene sottomesso come dimostrazione di questo gioco di forza. Il rapporto sottomissione/dominazione è quindi direttamente proporzionale, come viene sottolineato dalla retorica maschilista secondo cui “sfondare” una donna ha un’accezione a modo suo positiva – più forte ti scopo più forte di domino, più forte ti fai scopare più ti fai dominare. Ciò che intendo dire qui non è che di per sé ci sia nulla di sbagliato nelle preferenze erotiche che possiamo avere. Come ci insegna il BDSM, il rapporto tra sadismo e masochismo non è fisso ma può variare, non essendo strettamente legato a nessun attributo specifico appartenente a l* sottomess* e a l* dominant*, tanto che in molti casi sono proprio i biouomini a trovarsi dominati dalle biodonne, senza però che venga messo in dubbio il loro genere per la durata del rapporto erotico. Ciò che mi interessa qui è piuttosto la pornografia mainstream come retorica e come pedagogia, ma anche, e forse soprattutto, come allegoria del sistema patriarcale, punto su cui ragioneremo più avanti.

Tornando quindi alla schematizzazione ipersemplicistica riportata sopra, potremmo quindi dire che, nel momento in cui un uomo (o una donna) si trova a essere possedut* dall’immagine pornografica, si trasforma inevitabilmente in femmina. È sottomessa alle immagini che assume, non ha controllo su di sé. È duttile e disponibile alla potenza libidinale-distruttiva del potere maschile, qui incarnato nella pornografia stessa, che nella sua versione più mainstream non è che un p.o.v. [3] del male gaze, in questo caso l’occhio della telecamera e tutte le influenze socioculturali che la tecnologia ottica porta con sé – influenze che sono poi trasferite su un piano psicologico attraverso l’abitudine visiva di chi ne viene in contatto.

Per quanto riguarda il sissy e altri sottogeneri, la questione ha una sfumatura diversa. A un certo grado di utilizzo, il porno diventa una sorta di droga. Il termine gooner [4] per esempio fa riferimento ai pornodipendenti o pornosessuali [5], come esistono video hypno creati apposta per indurre questa sorta di dipendenza, vicinissima al lasciarsi andare autodistruttivo degli oppioidi ma con l’aggiunta di normalizzare l’oggettificazione sessuale [6] oltre al proprio declino mentale.

Tutto quanto affermato finora diventa esplicito nel sissy poiché, come dimostrato da Long-Chu, si tratta di una metapornografia, un tipo di porno che ci rende esplicito (attraverso retoriche ancora patriarcali) ciò che avviene quando guardiamo quelle immagini. Secondo l’autrice, in questo sottogenere non si tratta soltanto di Autogynephilic Persuasive Pornography [7]. La femminilizzazione forzata che il sissy promuove non è altro che una rappresentazione allegorica del nostro abbandonarci al desiderio e alla dipendenza. In molte di queste gif vediamo immagini di donne “possedute” (spesso e volentieri analmente, guarda caso uno dei buchi in comune tra uomini e donne) accompagnate da affermazioni come “even with girls you are the submissive one”, “accept your fate: he’s stronger than you”, “let him do whatever he wants with your body” o la più diretta e profetica “you are the woman”. Il sissy hypno ha quindi lo scopo esplicito di trasformare noi che lo guardiamo in femmine, anche se la traduzione più precisa per sissy è piuttosto lo spregiativo “femminuccia” o “effemminato”, quindi a prima vista più legato all’omofobia anche se, come vedremo più avanti, il cortocircuito sta precisamente nell’utilizzo “improprio” di questo disprezzo macista – o meglio, nel modo in cui appare ritorcersi contro se stesso in alcune circostanze.

 

Pornostreghe e sessualità maschile

Un ulteriore spunto ci viene fornito in King Kong Theory (2006) della scrittrice anarcofemminista Virginie Despentes. Ritornando nel campo del visuale, la sua analisi si concentra sull’immedesimazione che avviene quando guardiamo un porno. Lo sguardo che la telecamera proietta sulla scena erotica è, come già detto, un’incarnazione del male gaze, lo sguardo maschile concettualizzato all’interno di parametri fissi e binari. È precisamente per questa motivazione che possiamo affermare che la pornografia mainstream è fatta da e per gli uomini (o meglio, i maschi) ed è per questo motivo che può essere contrapposto alla pornografia femminista e al postporno. Ciò che viene messo in scena è ciò che si presuppone essere la divisione naturale tra uomo e donna, l’opposizione dei due poli dominazione/sottomissione e tutto ciò che ne comporta a livello sessuale. Ma questa strutturazione culturale non è altro che un’allegoria erotica del binarismo patriarcale tra uomo/donna, attivo/passivo, umano/animale, culturale/naturale. Esposto in chiave libidinale, il porno mette in scena questa pedagogia secondo la quale il più forte trionferà sul più debole, poiché questa è la condizione “naturale”. 

Nei casi di porno più hardcore, questa situazione viene rincarata dal trattamento che subiscono le attrici, che va al di là della semplice penetrazione estendendosi al campo della punizione fisica – schiaffi, strangolamenti, soffocamenti, percosse, forzatura e violenza verbale, secondo un atteggiamento che dice “dammi quello che voglio, te ne supplico, perché poi possa sputarti in faccia” (Despentes, 2006, p. 83). 

Si tratta di cose che, ribadiamo, dipendono da gusti personali che non hanno alcun bisogno di essere criticati in quanto tali, anche se talvolta un po’ di decostruzione culturale potrebbe giovare in alcuni individui di entrambi i sessi. Ciò che mi interessa in questo caso è la possibilità di percepire la pornografia mainstream come una messa in scena di una certa visione culturale che trascende la carnalità ma che si estende, in alcuni casi, al campo degli oggetti (e che rientra nel circuito pornografico nel momento in cui la donna viene oggettificata, rendendo così esplicito il modo in cui i due elementi, la donna e l’oggetto, sembrano confondersi in una medaglia a due facce).

La pornografia quindi assume un carattere simbolico che spiegheremo più avanti. Ora, tornando all’analisi di Despentes sull’identificazione, è interessante sottolineare come la femminilizzazione esposta da Long-Chu si applichi non solo su un piano metapornografico, ma anche estetico. Se è vero che lo spettatore si immedesima e si identifica con l’eroe o antieroe di una sceneggiatura, viene da chiedersi quali siano, nel porno, i corrispettivi di tali figure. Il soggetto della sceneggiatura è più o meno sempre lo stesso: una donna viene scopata. La quantità di uomini può variare, così come la quantità di donne, anche se spesso vi è uno squilibrio numerico ai danni dell’attrice – e pure nei casi di porno presumibilmente lesbico la massima forma di piacere concessa all’attrice è la penetrazione, seppure con dildi, vibratori, plug anali e quant’altro. Ci sono anche casi in cui troviamo più donne rispetto a un singolo attore, ma anche in questi casi, la maggior parte delle volte, il compito dell’uomo è quello di possedere due corpi, piuttosto che esserne posseduto. 

Se in questo secondo caso diventa possibile un’immedesimazione con l’attore, negli altri la questione non è così semplice. Quando l’attrice è una, significa che è la protagonista della scena, il suo centro, la sua stella. Siamo tutti lì per lei. Dunque, per Despentes, la nostra immedesimazione avviene precisamente con l’attrice, per questa sua centralità all’interno della narrazione. Per fare un esempio più concreto, prendiamo una scena di gangbang in cui tre o più uomini fanno sesso contemporaneamente con una donna. Dove sta in questa situazione il punto d’interesse? Immaginare di essere lì tra gli altri uomini che aspettano il proprio turno per godere oppure, al contrario, il fatto stesso che una donna sia in quella situazione di piacere? Secondo Despentes, 

Nei film l’attrice hard ha una sessualità maschile. Più precisamente: si comporta esattamente come un omossessuale in una dark room. Così com’è messa in scena nei film vuole del sesso, con chiunque capiti, ne vuole per tutti i buchi e gode a ogni botta. Come un uomo se avesse un corpo di donna (Despentes, 2006, p. 88).

In linea con Despentes, sarei più incline a questa possibilità.

La pornoattrice sembra qui l’antieroina per eccellenza della narrazione patriarcale: un personaggio scomodo, spregevole, detestabile e distorto dal quale, tuttavia, non riusciamo a togliere gli occhi di dosso. Insomma, una troia. 

Il disprezzo nei suoi confronti non fa altro che aumentare il nostro interesse. La sua stessa posizione è scomoda: accettare la sua degradazione in cambio del nostro godimento. Questa posizione mi sembra facilmente dimostrabile dal momento che spesso è il nome dell’attrice a comparire, mentre quello dell’attore non sempre è così fondamentale. Nei casi più agghiaccianti, il volto dell’attore è coperto, come a difenderne la privacy, mentre l’attrice è esposta come fosse su un tavolo operatorio o la vetrina di un macellaio. 

Le pornoattrici sono una categoria particolare di donna che il sistema patriarcale usa a suo vantaggio, riconoscendone il potere culturale e libidinale, senza darne però credito o valore. Forse è per questo che uno dei capitoli di Depentes è intitolato “Pornostreghe”.

 

 

 

 

Transcorporeità e immedesimazione

Facendo leva sull’identificazione dello spettatore maschile con l’attrice femminile il sissy mette l’uomo nella condizione di sperimentare su di sé le fantasie patriarcali di dominio e sottomissione. Ma non si tratta di una liberazione del desiderio: l’ano maschile è stato castrato (Preciado, 2018), privato di ogni possibile stimolazione e godimento “passivo” piuttosto che “attivo” e dunque, per poterne godere, l’unico modo è traslarsi in un corpo femminile, l’unico corpo dotato di ano visto come “adatto” alla posizione passivo-ricevente. 

Dal momento in cui la dominazione si estende su una quantità innumerevole di piani simbolici, diventa facile capire per quale motivo l’uomo patriarcale tema la femminilizzazione (se non addirittura il femminile in generale) e per quale motivo la intraveda dietro una miriade di eventi che non hanno niente a che fare con il femminile in sé. Nei casi di philia la situazione si trasla sul piano sessuale (anche se, a dirla tutta, l’intero Spettacolo sociale talvolta sembra essere una simbolizzazione della sessualità). Il fetish della sottomissione o dell’autodegradazione non può che essere vissuto come un eccesso di femminilità, secondo questo schema. Una sotto-narrazione nel sissy è la misura del pene. Uomini che ce l’hanno piccolo: tanto vale che inizino la transizione di genere, che diventino femmine. Il loro pene è già abbastanza piccolo da poter essere considerato un clit, un/una clitoride. Se quella è la loro posizione sociale, e a dimostrarlo sono i loro attributi maschili (tanto simbolici quanto sessuali) conviene loro che la accettino fino alle estreme conseguenze. Già che sono sottomessi tanto vale si travestano da sottomesse. Essere donna è questo, non avere scelta nel rapporto di dominazione/sottomissione.

Apriamo qui una parentesi. Un’alternativa della sottomissione sono i cuckold [8] che in alcuni immaginari erotici vengono messi in gabbie e costretti a tenere cinture di castità. 

Sembra una posizione diversa rispetto a quella del sissy, ma per certi versi non è che una sua variante al maschile. 

Il ragionamento è sempre il medesimo: la donna (oggetto) è fatta per essere scopata, l’uomo (soggetto) è fatto per scopare. Quando i ruoli vengono invertiti ma i generi di appartenenza restano gli stessi, dall’equazione risulta che le donne non godano nel fare sesso. Il piacere sessuale è puro appannaggio maschile. Pertanto, la donna che domina sessualmente l’uomo lo fa impedendogli di godere, non, al contrario, godendo del suo corpo contro la sua volontà – come succede nel femminile e nelle fantasie di stupro. Il corpo maschile può essere usato per godere solo ed esclusivamente se questo corpo si fa femmina, attraverso sissy brainwash, dipendenza da porno, femminilizzazione forzata e via dicendo. Fintantoché l’uomo rimane maschio, ha due alternative: scopare, come ogni alpha deve fare, o non scopare affatto, come capita a un beta. Non a caso su una delle gif si legge che “one day every alpha male will own his beta”, ma in questo caso non si tratta di un rapporto erotico uomo-uomo, bensì di un rapporto uomo-sissy, con tanto di inversione assurda per cui un maschio alpha è talmente maschio da potersi permettere di completare il giro. Scopare un maschio beta non è segno di omossessualità. Il maschio sottomesso è il “frocio”, casomai, in quanto passivo, e dunque dominato. Il maschio dominante resta maschio, forse più maschio che mai, poiché la sua maschiezza trascende i confini dell’orientamento sessuale per diventare puro genere [9], un’incarnazione dell’aspetto dominante della maschilità. 

È precisamente in questa situazione che io individuo un cortocircuito all’interno del binarismo patriarcale. Nonostante la sua fissità e la sua pretesa di naturalità immutabile e imprescindibile, questo binarismo accetta una certa transitorietà. 

A essere femmina non è soltanto la donna, ma anche chi, per i motivi sopra elencati, si trasforma in femmina. Che la transizione sia allegorica o effettiva fa poca differenza, dal momento che, nella bassezza iper-misogina di queste posizioni, sembra di colpo che gli alpha si trovino d’accordo con Judith Butler quando afferma che il genere è una cosa che si performa, affermando che “the performance of gender is what makes gender exist” (Butler, 2002). Questo sembra opporsi al binarismo patriarcale intrinseco nell’immaginario sissy. Anzi, vi si oppone esplicitamente. Ma nel caso di questa iper-misoginia si crea uno strano glitch per il quale la femminilità diventa un attributo assoluto e non incarnato, in grado quindi di trascendere i corpi che vengono abitati da questo genere. Maschio è colui che prende, femmina colei che riceve. Diventa interessante però notare, visto quanto detto prima riguardo l’immedesimazione, che il sesso vaginale trova poco spazio nel sissy, che predilige il sesso anale. La spiegazione più banale è anche la più immediata: nella fantasia maschile il sesso anale è la più alta forma di dominazione di un corpo, da cui anche la distinzione tra Attivo e Passivo negli ambienti omossessuali (distinzione tra l’altro già problematicizzata da Emanuele Cellini in un articolo su gay.it ). In maniera meno lampante però si potrebbe dire che ciò che avviene è una traslazione transcorporea tra l’uomo che guarda il porno e il corpo penetrato che la pornografia rappresenta. Può essere dunque che non solo il sissy sia una metapornografia ma che anche tutta la pornografia mainstream in realtà si fondi su questo esatto principio? Che la tanto temuta “apertura dell’ano” (Preciado, 2018) da parte degli eterosessuali più radicali non venga in realtà sublimata proprio attraverso la pornografia tradizionale?

 

 

 

 

Pornocircuiti

Giunti a questo punto, mi pare azzardato affrontare il sissy come un genere anche solo vagamente emancipatorio. Tuttavia sembra portare dentro di sé una dimostrazione del rapporto arbitrario tra corpi sessuati e genere che il patriarcato, nella sua fissità, non riesce a comprendere. Porta dentro di sé delle potenzialità inespresse che a mio parere vanno oltre quelle sottolineate da Long-Chu quando afferma che il sissy, piuttosto che femminilizzarla forzatamente, le ha fatto intravedere quale potesse essere il motivo della sua confusione identitaria indicandole chi si sentiva in realtà di essere una femmina, convincendola quindi a iniziare un percorso di transizione.

Oltre a riconoscere come l’incorporeità del cyberspazio rende possibile la dissoluzione dei confini carnali e psicosociali, potremmo ora domandarci se questo scorcio inatteso all’interno del pornopatriarcato non possa offrire degli strumenti, sia pratici che analitici, per minare alle fondamenta di questa ideologia repressiva e ossessionata da una biologia di genere che, almeno nei casi qui studiati, si presenta fallace sin le sue fondamenta.

 

Note

[1] In inglese, il termine “bimbo” viene gergalmente usato per descrivere una donna fisicamente attraente, naïf, priva di educazione e intelligenza. Nell’immaginario la “bimbo” è quasi sempre rifatta, spesso in maniera eccessiva e ipersessualizzante.

[2] Per chiarire ogni dubbio, basta tenere a mente l’espressione “una donna con le palle” e l’accezione positiva che porta con sé.

[3] Abbreviazione di “point of view”.

[4] Un tipo di masturbazione incentrata sul prolungare lo stato di tensione prima dell’orgasmo senza però soddisfarlo [edging], portando presumibilmente chi la pratica in uno stato di trance o ipnosi.

[5] La pornosessualità [pornosexuality] è l’orientamento sessuale indirizzato alla pornografia, dunque alla rappresentazione simulacrale del sesso che il porno offre.

[6] https://fightthenewdrug.org/Get-The-Facts/

[7] https://link.springer.com/article/10.1007/s12119-023-10113-y

[8] Il “cuckold” è un uomo che trova eccitante guardare la sua compagna fare sesso con altri uomini. Si differenzia da un voyeur poiché il cuck, nell’immaginario, si trova in una posizione di sottomissione e di inferiorità. Spesso e volentieri accanto a questa fantasia di umiliazione si affianca una feticizzazione razziale degli uomini di colore, anche loro ipersessualizzati e superdotati “di natura”. Anche la questione razziale è importante in queste pornonarrazioni, e meriterebbe una dissertazione a parte rispetto al breve accenno che ne abbiamo fatto qui. Rimandiamo sempre a Females di Andrea Long-Chu, in cui viene affrontato l’argomento in maniera più estesa.

[9] In alcuni casi di gang-bang e orge si vedono spesso doppie o triple penetrazioni. Nel caso in cui due uomini si trovano a penetrare uno stesso buco, i loro peni entrano inevitabilmente in contatto, posandosi l’uno sull’altro. Questo contatto tuttavia non ha nulla di erotico o di sensuale. Il loro toccarsi è percepito come puramente tecnico, come un gesto di cameratismo: i loro peni non sono che strumenti per ribadire, andando oltre ogni possibile paradosso, quale sia la posizione della donna all’interno del porno e dunque, per estensione, all’interno della società.

 

Bibliografia

Berardi, F. (2021), E: la congiunzione, Nero, Roma.

Long-Chu, A. (2019), Females, Verso Books, Londra.

Despentes, V. (2019), King Kong Theory, Fandango, Roma

Preciado, P. (2018), Terrore Anale, Fandango, Roma

Butler, J. (1990), Gender Trouble, Routledge, Oxfordshire

Cellini, E. (2023), Attivo o passivo? Umano, disponibile su https://www.gay.it/attivo-o-passivo-umano

Kuss, D. (2023), Sissy Hypno: Conceptualisation of Autogynephilic Persuasive Pornography (AGPP) and an Investigative Exploration of the Experiences of its Consumers, disponibile su  https://link.springer.com/article/10.1007/s12119-023-10113-y

 

Biografia

Nato a Venezia nel 1995, Moreno Hebling lavora con diversi media, tra cui fotografia, installazioni, performance e poesia visiva, concentrandosi tuttavia principalmente sulla scrittura. Interessato di poesia e fiction speculativa, cerca di utilizzare la teoria come mezzo d’espressione poetica, usando il formato accademico come un terreno di gioco. Questa ibridazione di stili prende il nome di “theory-fiction”. Incuriosito dalle sottoculture, la sua ricerca ruota attorno alle avanguardie artistico come Situazionismo e Neoismo, anti-arte e movimenti underground, vandalismo di ricerca, meme concettuali ed estetiche internet.